Privo di senso

Lascio scorrere le dita su una tastiera nera, mentre ascolto musica triste.
Cerco l’atmosfera giusta per scrivere qualcosa di malinconico, come il mio umore di questa sera, ma c’è un sasso nell’ingranaggio, un granello di sabbia che ha bloccato qualcosa, qualcosa che da troppo tempo cerca di forzare il blocco ma senza successo. Del resto, non riesco più nemmeno a scrivere qualcosa di divertente, da ormai troppo tempo, e forse questa voglia di scrivere di cui parlavo prima è solo una velleità un po’ pretenziosa, una posa sciocca che avrebbe un posto migliore nella mente di un diciassettenne.

Però c’è qualcosa qui, mentre ascolto musica triste e riguardo le foto della mia vecchia città, che sembra battere da sotto il ghiaccio, come quei poveri disgraziati che finiscono sotto le acque gelate di un lago, in qualche film, e quando cercano di riemergere trovano lo strato di ghiaccio che, impietosamente, mostra loro il mondo di sopra al quale non potranno tornare.

Mi piaceva quella vecchia città.
Mi piaceva il posto in cui vivevo, e le strade piene di verde, tutta quell’acqua intorno, quei temporali bassi sull’orizzonte come se il cielo stesse facendo piombare sulla terra un’enorme saracinesca colore del piombo. Quando osservavo quelle nuvole toccare l’orizzonte immaginavo sempre di sentire il rumore – CLANG – che fanno le pesanti porte cinematografiche di una segreta  o di un carcere quando si chiudono alle spalle del prigioniero.
C’era un amico che aveva questa casa sulla scogliera, e dalle enormi finestre, quando pioveva, si vedevano i lampi sulla superficie del mare, gli scogli che sembravano cambiare colore, le rocce a picco sul mare che resistevano, ancora e ancora, contro le spallate delle onde. Mi ricordo che passavo le ore a guardare il mare in tempesta, quando ero in quella casa, e pensavo a tantissime cose.
L’ultima volta che ho assistito a quello spettacolo sapevo che non sarei mai più tornato là, davanti a quella finestra… o forse non lo sapevo, anzi forse ero sicuro che sarei tornato, che avrei visto ancora quella gola tra gli scogli e il mare in tempesta con i lampi sul pelo dell’acqua, e qualunque cosa pensassi mi sono sentito così triste, era come assistere alla fine del tempo dal ristorante al termine dell’universo, come lo descriveva Adams.
Io lo so, mica che non me ne accorgo, sapete?, che queste righe sono senza capo né coda, ma il gesto ancora mi manca, dello scrivere intendo, e a volte lo faccio anche solo per non perdere il contatto con le parole. Non ho niente da raccontare, ho solo un groviglio di sensazioni che non hanno inizio né fine, e tirarne fuori una è come sfilare un singolo filo colorato da quelle matasse per cucito che aveva mia nonna nel cassetto della macchina Singer: cercavi di sfilarne uno, ma dovevi stare attento, altrimenti si impigliava da qualche parte e li tirava via tutti e si formava una palla inutilizzabile, impossibile da districare.

Mi sento esattamente così.

Scrivere per scrivere

Forse non mi piace scrivere.

In effetti non ci avevo mai pensato, ma forse faccio tanta fatica a scrivere perché l’unica cosa che mi piace è l’immagine retorica di me stesso scrittore. O quantomeno scrivente. Ho una scrivania piena di penne, matite, pennini, roba per scrivere, cancellare e riscrivere. Sono pieno di quaderni, bloc-notes e taccuini, e continuo a comprarne (di penne, di matite e di taccuini) in un accumulo conpulsivo che, anche solo a un’occhiata superficiale, ha ben poco a che vedere con la sanità mentale. Mi piace l’idea di sedermi qui, per un certo numero di ore al giorno, e raccontare delle storie (che poi, da tutta una vita, è sempre stata l’unica cosa che so fare, e tutti i miei lavori – o quasi – hanno girato intorno a questa cosa); mi piace leggere gli aneddoti degli scrittori (Simenon che creava le schede dei personaggi e poi le confrontava per farle interagire, Roald Dahl che si era ritagliato una tavola da appoggiare sui braccioli della sua poltrona da scrittura, e via così), e immagino di avere delle nevrosi tutte mie (sapete, siccome ne ho poche…); quando sono in macchina mi guardo intorno, vedo le cose, le persone, le situazioni, e mi diverto a mescolarle tra loro, facendole interagire nei modi più assurdi, e penso “questo sarebbe bello da scrivere”, cosa che poi puntualmente non avviene.

Non avviene per pigrizia, perché quando mi siedo la mia testa si svuota, perché le cose che ho pensato, al momento di fissarle non mi sembrano più così interessanti, non avviene perché sento – sempre – quella voce costante che da quando avevo sette anni ha cominciato a dirmi “ma che stai facendo? Pensa alle cose serie!”. Se avessi abbastanza energia per reagire, per dire “fate li cazzi tua!”, tutto sarebbe più facile, ma forse se non ho quell’energia – ho pensato – è perché in fondo non mi interessa veramente. E’ possibile?

E’ possibile che buona parte delle cose che facciamo, le facciamo non perché ci piacciano, ma perché ci piace l’idea di noi stessi nel farle. Una forma di auto-compiacimento, di vanità, come la consapevolezza di essere perennemete davanti a una telecamera nascosta (avanti, vediamo che ha il coraggio di venire qui e dirmi che non l’ha mai fatto!). Un atteggiamento che, di persona in persona, si fa romantico, tragico, gotico, bohemien, vittoriano. O grunge. O quello che vi pare. Però che rimane un atteggiamento assunto – all’inizio – consapevolmente, e che poi è diventato un automatismo talmente consolidato da divenire un modello comportamentale stabile, come un tic. Come la nostra vera indole.

Insomma, per tornare al discorso, come faccio a capire se una cosa mi piace veramente o me ne piace solo l’idea? La prima risposta che mi verrebbe di dare è: in base a quanto impegno ci metti. Figuriamoci. Allora a me piace respirare, è l’unica cosa che faccio con costanza. Ah, e dormire (beh, però quello è vero!). Forse mi piace leggere, quello sì, perché lo occupa una percentuale tale del mio tempo da non lasciare spazio a dubbi (e vi confesserò che ho cominciato a leggere per “darmi un tono”, il che, se pensate che avevo nove anni, è comunque piuttosto allarmante). Spesso mi dico che su alcune cose, come appunto lo scrivere, dovrei darmi una regola. Una cosa tipo, che so, ogni settimana dedico meza giornata – il venerdì mattina, per dire – all’esercizio della scrittura. Bene. L’ho fatto, sapete? Ho deciso proprio che avrei dedicato il venerdì mattina allo scrivere, così da portare avanti quel romanzo interminabile che non vedrà mai la luce. Sapete cosa ne ho ottenuto? Un enorme senso di colpa che si acuisce ogni venerdì verso l’ora di pranzo – per non aver fatto un cazzo venerdì mattina – e che subito si calma ripetendo a me stesso “però mi sono dato una regola, è già un passo avanti. Ah, la prossima settimana, vedrai…” Alla fine, mi sono ritrovato nella situazione di quelli che fanno la dieta e poi mangiano di notte di nascosto da… boh, loro stessi? Come quelli che non smettono di fumare, ma cominciano (e lì rimangono) appendendosi in casa il cartello che dice VIETATO FUMARE. Poi fumano, sentono quella punta di senso di colpa, ma subito si rivolgono al cartello, soddisfatti, e dicono a loro stessi “beh, intanto ho appeso il cartello. E’ un buon inizio, no?”

Ecco, in realtà volevo solo scrivere questo pensiero, il paragone con quelli che fumano ma si apendono il cartello VIETATO FUMARE in casa. Ma questo post è diventato lunghissimo da solo, e io non me ne sono nemmeno accorto, l’ho scritto tutto d’un fiato come una cosa che mi piace fare quindi boh, sinceramente, non ci sto capendo più niente.

Librai sull’orlo di una crisi di nervi

Gesù confido in te.
Mestruazioni, la forza guaritrice del ciclo mestruale dal menarca alla menopausa.
La dieta senza muco.
Il libro dei bagni derivativi.
Era santo, era uomo: la vera storia di Giovanni Paolo II.
Qualcosa di Craver – Carver? – No, Craver, quello di Cattedrale.
I libri sono anche in vendita?
Vendete ricariche?
Quel libro di cui parlavano qualche settimana fa da Fazio.
Qualcosa per una bambina antipatica?
Vorrei un libro per un bambino di sei anni ma un po’ stupido.
Mi serve un consiglio per un bambino rompicoglioni.
Devo fare un regalo a un bambino pazzo.
A un amico che ha tutti i libri del mondo.
A un’amica che non legge.
A un bambino di nove mesi.
Questo libro è pieno di parole.
Un libro su come diventare nonna?
Cantante?
Fare la pasta di sale?
Fare la pasta?
Vendete francobolli?
… … … no italian… no english…
Fate fotocopie? – No, la porta a fianco, quella con scritto “copisteria”. – Nel senso?
Quanti libri!
I libri Einaudi? – I libri sono divisi per genere – Certo, lo so.
Mi consiglia trenta centimetri di libri per riempire una mensola?
Ho scritto un libro, posso mandarvene una ventina di copie?
Ho pubblicato qui un libro quattro anni fa con una $casa_editrice_a_pagamento. Continuate a ordinarlo, vero? Perché sugli scaffali non lo vedo, immagino sia finito.
E’ il mio quinto libro con $casa_editrice_a_pagamento!
Quando esce il nuovo di Foster Wallace?
Mio figlio deve leggere per scuola l’Apokolokyntosis, apokyntosis, apolokyntosis, apontosis, apokolyntosis, polokolokyntis, koloposyntis, apolokisyntis, plokosyntis di Seneca.

Lavoro troppo. Non sanno cosa rischiano.

Forma e sostanza

Ormai ci hanno definitivamente preso per stupidi, e non mi sento di escludere che abbiano ragione. Quando cercano di venderci una macchina che fa “un pieno a soli venti euro”, vuol dire che qualcuno ha superato quella linea che una volta ci faceva dire “no, dai, questo è troppo”. La sento spesso, ultimamente, questa pubblicità. Non mi ricordo che macchina è, ma ha questa cosa fighissima che fai un pieno con soli venti euro. Non è che consuma di meno, ha solo il serbatoio più piccolo. Non ci vuole un astrofisico per capirlo, no? Ma esistono un sacco di cose che non ci vuole un astrofisico per capirle. Eppure…

Ogni giorno mi vengono in mente mille cose da scrivere qui, tanto per mettere nero su bianco tutti i segnali che vedo – o che interpreto, almeno – di un mondo, stavolta sì, davvero, impazzito.Questa cosa della macchina è una stupidaggine, lo so, però i pensieri sono una cosa veloce a cui stare dietro, e quando sono arrivati da un’altra parte è gia troppo tardi per dirsi “lascia perdere, è una cosa stupida”.

Non so cosa voglio dire, in realtà è abbastanza tardi, e avevo voglia di scrivere, quindi come al solito sta venendo fuori una cosa disorganizzata, confusa e farraginosa. Però io so che c’è un collegamento, da qualche parte, tra una pubblicità per deficienti e un mondo che sta crollando. Io ci sono dentro, a questo mondo, e ne vedo ogni giorno i pezzi che si sfaldano, l’abbaglio di un futuro a cui non crede più nessuno dall’epoca in cui un frigorifero durava quarant’anni. Ho perso l’abitudine a scrivere le cose, ma ve lo giuro, un collegamento c’è, e mi piacerebbe riuscire a scrivere una di quelle cose super-intelligenti che poi tutti copiano sullo status di facebook senza capirle a fondo. Ma non sono più capace. Riesco solo a pensare mille cose, spesso prima di addormentarmi o mentre sono in macchina, senza poi sapergli più dare una forma.

Ecco, credo sia questo: l’incapacità di dare una giusta forma alle cose. Avere una sostanza e non sapere più in che forma presentarla. Non è il contrario, come siamo abituati a credere, non è una mancanza di sostanza; è invece una mancanza di forma. La forma rappresenta la dignità delle cose. La forma è l’iconografia dei concetti sostanziali, se una cosa perde la forma noi non siamo più in grado di riconoscerla, anche se la sostanza è la stessa. Dovremmo smettere di pensare che tra essere e apparire è più importante essere. La cosa veramente importante è la coerenza tra essere e apparire. E’ esattamente quella, che stiamo perdendo. Siamo usciti (ne siamo usciti?) da un ventennio in cui essere qualcosa è stato presentato con la forma di qualcos’altro (il bene del singolo con la forma di quello pubblico, il rubare con la forma del guadagnare, la capra con la forma del ministro), al punto che oggi non capiamo più se una macchina consuma poco o ha solo un serbatoio piccolo, che ti fa spendere due lire per un pieno ma che poi devi rifarlo una volta ogni cento chilometri.

Come tutte le cose, il grande si riflette nel piccolo, e forse anche io ho confuso in tutti questi anni la paura delle cose con il bisogno di quella paura, il dover aiutare qualcuno con la paura di aiutare me stesso. Ora il mondo si sta spaccando, fuori e dentro, e io non so più cosa è e cosa sembra.

Questo è il motivo per cui qui, piano, dove non legge più nessuno, vi accenno che sto pensando di andarmene. Perché comincio a sospettare che non è qui che voglio vivere, e soprattutto non è qui che intendo dare forma a una nuova sostanza. Sì, ma cosa c’entrano la macchina dal serbatoio piccolo con l’Italia, le tue paranoie, la pubblicità e tutto il resto?
Eh. Non ve lo so spiegare. Vi giuro che c’entra, ma ci devo ancora pensare.
Scusatemi, mi serviva un post senza capo né coda.
Credo – almeno questo! – di esserci riuscito.

2011 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 4.300 times in 2011. If it were a NYC subway train, it would take about 4 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

Working Class

(un post riciclato da altrove)

Dopo la acclamata guida alla stesura della tesi di laurea, e dopo aver raccolto in prima persona materiale a sufficienza, è giunto il momento di pubblicare un nuovo manuale: come mantenere una disoccupazione perenne.

Prima di tutto, è auspicabile che vi siate laureati in qualche materia sommamente inutile, niente per cui a qualche ricco borghese venga in mente di venirvi a cercare a casa. Niente ingegneria, medicina, economia e simili. L’ideale sarebbe uscire dal corso di studi (in forte ritardo, s’intende. Se vi siete laureati in corso, rischiate di veder valorizzati i vostri sforzi) con una laurea in filosofia, italianistica, lettere classiche, antropologia, etnomusicologia, storia dell’arte e via discorrendo. Ottime a non concludere nulla nella vita sono soprattutto sociologia e scienze della comunicazione, ma forse volete solo rimanere disoccupati, non farvi deridere. Ah, vorrei evitare di ritornare sull’argomento, ma.. beh, spero abbiate evitato scienze della moda e del costume. A tutto c’è un limite.
L’argomento della tesi gioca un ruolo essenziale per il vostro futuro: se avete avuto l’accortezza di discutere cose tipo “l’etica Jedi nella saga di Star Wars” o “Gucci e Luis Vuitton – da marchi del lusso a poli del lusso”, siete un pezzo avanti.

Il modo migliore per non finire impantanati nella spirale del lavoro è, sicuramente, quello più semplice: non cercarlo.
E’ tuttavia vero che le persone che vi stanno intorno si aspettano da voi, solitamente, una parvenza di senso di colpa generato dalla nullafacenza, che dovrebbe portarvi a una ricerca di occupazione costante e serrata.
Annuite e comprate PortaPortese. Dopo aver sfogliato distrattamente le pagine di lavoro e aver comprato un intero stock di fumetti Bonelli, potete rimettervi a giocare su facebook. La vostra prima parte l’avete fatta.

Dovete stendere un curriculum
Bisogna averlo a portata di mano, così da mostrarlo quando qualcuno vi pone la solita domanda “hai un curriculum?”. Il curriculum è il vostro momento creativo: siate spigliati, fantasiosi e convinti di quello che state dicendo, vi aiuterà a crederci (io sono sicuro di aver lavorato – tra le altre cose – da MediaWorld. Ormai è un ricordo chiarissimo). Se avete fatto il magazziniere da Feltrinelli, per dire, potete facilmente convincervi di essere stati responsabile della comunicazione ed organizzazione eventi. C’è chi ci casca, solitamente nessuno verifica.

Le competenze
Ricordate una regola importante: è il curriculum a fare fede, non la vostra reale capacità. Se c’è scritto che avete grande padronanza di linguaggio ma in realtà avete fatto le elementari in libano durante l’invasione siriana, diventa vero. Direte, ma poi mi licenziano appena si accorgono che scrivo schizzofrenia. Ma allora di cosa stiamo parlando? Se volevate una guida a come fare carriera, c’erano un sacco di altre cose da leggere.

Cambiate nome
Dovunque andiate a elemosinare qualcuno perchè rubi il vostro tempo, andateci con un altro nome. Procuratevi una lista dei parlamentari, l’albo dei giornalisti, l’ordine dei medici o quello che meglio si adatta alle vostre – diciamo così – scelte, e capate un nome dal mazzo. Se vi presentate con un cognome noto, potrete facilmente prendere il doppio dello stipendio lavorando la metà. Se puntate in alto, vi pagheranno direttamente per stare a casa (il che forse, per molti che mi vengono in mente, non sarebbe una cattiva idea).

Se avete un blog, mettete l’indirizzo sul vostro curriculum, e subito dopo il colloquio andate a casa a scrivere le vostre impressioni su quanto avvenuto. Non barate, siate sinceri. Il vaffanculo da parte del vostro potenziale (ma non più) capo è quasi assicurato.

Per finire… ah, certo, il colloquio.
Il modo migliore per affrontarlo è: un abbigliamento informale (suggerisco un paio di jeans strappati in più punti, converse ai piedi e una t-shirt con scritto qualcosa tipo “per favore non mi fate incazzare” o “briatore me spiccia casa”), dare subito del tu a tutti TRANNE che all’omino delle pulizie o al pezzente che vi apre la porta (a meno che non sia il capo. Se succede, fateglielo notare: “ma non c’è un pezzente che apre la porta, qui?”), accettare un caffé se ve lo offrono (o chiederlo espressamente se ciò non avviene, magari facendo notare la scortesia) e mettere subito in chiaro le cose di cui non avete nessuna voglia di occuparvi.

Boss: Buongiorno. Si accomodi
Questuante: Buongiorno a lei. Ho un appuntamento con il signor $_Boss.
B.: Sono io.
Q: Ah. Andiamo bene. Stai a pezzi, amico!
B.: Ehm… prego, mi segua nel mio ufficio.
Q.: Vabbé.

B.: Allora, mi parli delle sue esper…
Q.: Si può avere un caffé o devo avere prima un contratto?

B.: Vedo dal suo cv che lei ha maturato grande competenza in questi campi.
Q.: Se lo dice lì… Comunque sì, ho cominciato come reporter  di guerra dall’Iran per l’Herald Tribune, e lì ho fatto la gavetta. Ora cerco qualcosa di meglio, tu capisci.

B.: Quanto vorrebbe guadagnare?
Q.: Mi basterebbe cancellare il debito con il pusher.

B.: Quanto vorrebbe guadagnare?
Q.: Lei quanto ha?

B.: Vedo che ha tradotto Dick. Complimenti.
Q.: Grazie. Beh, non era difficile: significa cazzo.

Utúlie’n aurë

“Come le formiche che vedendo morire l’essere che covava in fondo alla loro tana, turgido e malevolo, dominandole tutte, si mettono a vagare senza scopo né senso per poi lasciarsi morire, anche le creature di Sauron, Orchetti, o Vagabondi, o bestie rese schiave, incominciarono a correre qua e là come impazzite, alcune uccidendosi, altre gettandosi nei pozzi, altre ancora cercando rifugio in luoghi bui e tenebrosi lontani da ogni speranza”

J. R. R. Tolkien
(Il Sommo ha una frase per ogni occasione)

Cosa dobbiamo dirci

Una volta pensavo che la difficoltà più grande, nei rapporti con le persone, fosse trovare il coraggio di dire “scusa, ma io e te non abbiamo più niente da dirci”. Se ci pensate, è una cosa enorme da dire. Io lo pensavo tanto volte, e cercavo di fare a me stesso un discorso teso a convincermi che non ci fosse niente di male, non c’era alcun motivo per cui sentirsi in colpa. Quando si è molto giovani, si è legati agli altri in maniera più viscerale, più continua, anche più fisica. Lo vedo con i miei amici, con le mie amiche. Oggi condividere un letto o una tenda sarebbe impensabile, o meglio sarebbe “pensabile male”, capite cosa intendo.

Quindi mi dicevo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato dentro di me, che mi portava a stancarmi delle persone, di tantissime persone (no, non di tutte), e a non avere il coraggio di ammetterlo. Però – dicevo – se io non ho più niente da dirti, né voglia di ascoltarti, in fondo non posso farci nulla. Sono cose che succedono. Sapete, come quando siete in viaggio e il vostro vicino ha voglia di parlare. Magari per un po’ può anche funzionare, diciamo da Termini fino a boh… Civitavecchia. Firenze. Latina. Poi se l’altro ha da raccontare fino a Messina o a Innsbruck beh, magari diventa complicato. Anche con tutta la buona volontà, arriva quel momento in cui non fai altro che annuire e interloquire con inutili “beh, certo” “eh, per forza” “ma va”. E via così.

Insomma mi succedeva questa cosa, e io mi torturavo e pensavo “come si fa a dire a qualcuno che non hai più voglia di parlare, né tantomeno di ascoltare? O almeno, come fare a dirlo senza passare per un mostro”. Ci si può stancare degli amici come ci si stanca di un amore? Quando eravamo più giovani sembrava impossibile. C’erano queste amicizie di ferro, e la voglia di sentirsi tutti i giorni, di fare insieme qualunque cosa, impiegare con gli altri qualunque momento libero. Poi boh, io che ne so? Magari era così solo per me.

Ora che il tempo è passato, questa immagine mi si è completamente rovesciata, e se da una parte è diventato più facile dire a qualcuno “scusa, ma non so più che dirti” (il segreto era semplice: smettere di dire qualunque cosa, compresa questa), la cosa complicata è combattere per trovare il tempo di dire tutte le cose che vorrei dire. Rimanere aggrappati a quelli che si stanno allontanando. Prima c’era il senso di colpa per non avere più niente da dire a qualcuno, ora c’è solo la grande tristezza per non avere più nessuno a cui dire tante cose. Perché arriva un’età in cui ti devi inseguire, devi fare in modo che i tempi coincidano, ed è comunque impensabile vedersi tutti i giorni come una volta. E se le parole ancora ci sono, con tanti, non c’è il tempo per dirle, e quei tanti diventano sempre di meno perché stupidamente li lascio andare, e loro fanno altrettanto, e ci sarebbe forse da sentirsi in colpa per quello, ma io non posso sentirmi in colpa per altre cose, perché davvero non c’è più posto, ma vorrei dire a tante persone che mi mancano, perché adesso mi accorgo che ci sarebbero alcune persone a cui ho ancora un sacco di cose da dire, ma di fatto sono quelle persone a non esserci più.
Volevo solo dirvi che è un peccato, se mai leggerete qui.

F.

F. arriva sempre nei giorni centrali della settimana, sempre alla stessa ora, sempre quando siamo più indaffarati e noi tutte le volte gli diciamo di venire prima o dopo, lui sorride, alza le spalle e puntualmente si ripresenta alla stessa ora.
Ha la faccia tipica del lavoratore romano, non del coatto, diciamo quello che poco-ci-manca. Ha un bel viso, però, la carnagione scura, gli occhi ben svegli. Arriva sempre con cinque o sei scatoloni di libri, e quando arrifa F. noi sappiamo che c’è da lavorare più del solito, e allora c’è sempre lo stesso siparietto “aho, ce fosse una vorta che nun te presenti” “e ancora nun so’ finiti. C’ho l’artri sur camion”.

Prende sempre due bicchieri d’acqua, a volte un caffé al volo, raramente si fa preparare qualcosa da mangiare per portarlo via. Porta una catenina d’oro. E’ il classico tipo con cui ti immagini a parlare di calcio, della Roma, di quanto rivorresti Spalletti in panchina, del gol all’esordio di Lamela, del rigore del derby; il tipo che saluti dicendo “forza roma”. Ma F. non è quel tipo. Un giorno gli ho chiesto “di che squadra sei”, e lui ha subito risposto “nun me ne frega ‘n cazzo”. Poi si è fatto serio, mi ha guardato negli occhi per qualche secondo e ha spiegato: “Sai perché non mi importa? Perché io sono laureato e ho un dottorato, vivo in questo paese e sono costretto a fare un lavoro di merda perché altrimenti non so come campare. Passo le mie giornate su un camion, a litigare con i passanti perché lo devo accostare sulle strisce, con i vigili perché sono in seconda fila, con i destinatari perché negli scatoloni manca sempre qualcosa, come se poi li facessi io, guido quel bestione sei giorni a settimana e sinceramente non è giusto”.

Così dice, “non è giusto”.
Una frase che ha il potere di farti sentire in colpa solo per avere un lavoro che ti piace ed essere un tifoso di una squadra di calcio.

Quindi beve il caffé, i suoi due bicchieri d’acqua, e riparte con la sua bravetta, la ributta sul camion e si allontana nel traffico, mandando a fanculo un tizio.

Sogno numero due

Il secondo sogno ricorrente mi riporta al tempo della scuola.
I mesi sono passati, dall’inizio dell’anno scolastico, e io non sono mai andato a lezione di matematica. Ricordo che al liceo, quello vero intendo, le lezioni di matematica erano sempre alle prime ore della giornata, per una sorta di tacito accordo secondo cui, essendo un liceo classico, se devi saltare delle ore, tanto vale a) renderti facile la cosa e b) che siano quelle di matematica: risultato: era più difficile evitare storia dell’arte che matematica.

Ma nel sogno io devo aver esagerato, perché l’anno scolastico è andato avanti e io ho saltato tutte le lezioni di matematica, e non ho visto nemmeno una volta la professoressa. Il tempo passa, e io vorrei recuperare ma è chiaramente impossibile e allora mi chiedo, spaventato, cosa succederà, se verrò bocciato, rimandato (sono di vecchia scuola, quando ancora si rimandava. Non so cosa succeda adesso, e non mi interessa) o cos’altro, ma questa sensazione di essere rimasto indietro in qualcosa di necessario non mi abbandona più

Mi sveglio con questo senso di ritardo, di incompletezza, di tempo perso e impossibile da recuperare, e questa malinconia mista ad ansia non mi abbandona più per tutto il giorno, e devo ripensare ai tempi del liceo, quando la matematica è stata la mia più grande vittoria, contro tutti i pareri e le aspettative, e a volte penso che, come ce l’ho fatta una volta, posso farcela ancora. Altre volte invece penso che il tempo per recuperare certe cose, ormai lasciate indietro, non c’è più, e allora mi viene una gran voglia di sedermi, di mettermi comodo, magari di tornare a dormire, e aspettare che le cose, già incasinate, prendano la loro piega peggiore, perché tanto, più che bocciarmi, cosa possono fare?

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