Privo di senso

Lascio scorrere le dita su una tastiera nera, mentre ascolto musica triste.
Cerco l’atmosfera giusta per scrivere qualcosa di malinconico, come il mio umore di questa sera, ma c’è un sasso nell’ingranaggio, un granello di sabbia che ha bloccato qualcosa, qualcosa che da troppo tempo cerca di forzare il blocco ma senza successo. Del resto, non riesco più nemmeno a scrivere qualcosa di divertente, da ormai troppo tempo, e forse questa voglia di scrivere di cui parlavo prima è solo una velleità un po’ pretenziosa, una posa sciocca che avrebbe un posto migliore nella mente di un diciassettenne.

Però c’è qualcosa qui, mentre ascolto musica triste e riguardo le foto della mia vecchia città, che sembra battere da sotto il ghiaccio, come quei poveri disgraziati che finiscono sotto le acque gelate di un lago, in qualche film, e quando cercano di riemergere trovano lo strato di ghiaccio che, impietosamente, mostra loro il mondo di sopra al quale non potranno tornare.

Mi piaceva quella vecchia città.
Mi piaceva il posto in cui vivevo, e le strade piene di verde, tutta quell’acqua intorno, quei temporali bassi sull’orizzonte come se il cielo stesse facendo piombare sulla terra un’enorme saracinesca colore del piombo. Quando osservavo quelle nuvole toccare l’orizzonte immaginavo sempre di sentire il rumore – CLANG – che fanno le pesanti porte cinematografiche di una segreta  o di un carcere quando si chiudono alle spalle del prigioniero.
C’era un amico che aveva questa casa sulla scogliera, e dalle enormi finestre, quando pioveva, si vedevano i lampi sulla superficie del mare, gli scogli che sembravano cambiare colore, le rocce a picco sul mare che resistevano, ancora e ancora, contro le spallate delle onde. Mi ricordo che passavo le ore a guardare il mare in tempesta, quando ero in quella casa, e pensavo a tantissime cose.
L’ultima volta che ho assistito a quello spettacolo sapevo che non sarei mai più tornato là, davanti a quella finestra… o forse non lo sapevo, anzi forse ero sicuro che sarei tornato, che avrei visto ancora quella gola tra gli scogli e il mare in tempesta con i lampi sul pelo dell’acqua, e qualunque cosa pensassi mi sono sentito così triste, era come assistere alla fine del tempo dal ristorante al termine dell’universo, come lo descriveva Adams.
Io lo so, mica che non me ne accorgo, sapete?, che queste righe sono senza capo né coda, ma il gesto ancora mi manca, dello scrivere intendo, e a volte lo faccio anche solo per non perdere il contatto con le parole. Non ho niente da raccontare, ho solo un groviglio di sensazioni che non hanno inizio né fine, e tirarne fuori una è come sfilare un singolo filo colorato da quelle matasse per cucito che aveva mia nonna nel cassetto della macchina Singer: cercavi di sfilarne uno, ma dovevi stare attento, altrimenti si impigliava da qualche parte e li tirava via tutti e si formava una palla inutilizzabile, impossibile da districare.

Mi sento esattamente così.

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2 risposte a Privo di senso

  1. tigrebisbetica scrive:

    Per quanto possa valere,a me piace quando scrivi di Spezia. Ricordo la prima volta che ti ho chiesto di raccontarmi, ché tu non ne parlavi mai e pareva non avessi mai avuto un passato, e ogni volta è come quella: immagini a sorpresa.
    Secondo me a volte è tutto questo mare che ti tieni dentro, che ti fa sentire impigliato.

  2. conlavocerauca scrive:

    A me piacerebbe sentirti raccontare di più di La Spezia, ché da quando ti conosco le volte in cui l’hai fatto si contano sulle dita di una mano. Avrei potuto chiedere, è vero, ma mi hanno inculcato che chiedere è scortesia. Spero che presto tu possa raccontarmi tante cose, seduti insieme davanti a un altro mare.

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