Diecimila e novecentocinquanta giorni di cose che ho pensato

Ma io che cosa ti devo dire?

Che cosa può esserci che non ti ho raccontato, nella mia testa, giorno per giorno, in questi ultimi trent’anni?
Dalla mia prima fidanzatina alla morte di De André (mi sembra di sentire il tuo “nooo”, me lo ricordo ancora adesso con una perfezione tale che è come se qualcuno fosse stato capace di tradurlo in immagini da tatuarmi poi sulla pelle) passando per la maturità, la laurea (eh oh, lo so), la patente, la chitarra, dalle Torri Gemelle all’euro e, in mezzo, lo scudetto, che lo so che ti fregava il giusto ma quell’entusiasmo che ci mettevi solo, credo, per fare contento me è una delle cose più belle che io ricordi, e pensa!, proprio un paio di giorni fa ho lavato la maglietta che mi hai regalato, che non la lavavo dal ’91 per una sorta di timore scaramantico, e va bene che l’avrò indossata sì e no vabbè ok, forse non è il caso di stare qui a contare comunque sì, finalmente sono grande, ho un lavoro (o almeno avevo, fino a oggi, mo domani vediamo) e ho una lavatrice tutta mia e insomma, niente, l’ho lavata e dicevo, tornando alle cose da raccontarti, ma come si fa? Sono trent’anni, non riesco nemmeno a ricordare cosa è successo…. per dire… venticinque anni fa, quindici, sette, che possa interessarti.
Trent’anni. Hai idea di quanti sono? Sai quante cose non esistono più? Il Concorde, la lira, i rullini, le cabine telefoniche, i videoregistratori, Lunedìfilm, quei monitor enormi, il videotel, l’Amiga, cioè alcuni esistono ancora ma è come se non ci fossero più. E poi sono scomparsi decine, decine dei tuoi miti ma questo forse è piuttosto ovvio.

A un certo punto mi perdo, perché papà, ma come si fa? Ma cosa devo dirti? Da dove comincio a raccontarti trent’anni di cose successe? Mi dispiace che tu non abbia mai visto internet, quello sì, e tutto ciò che ne è seguito nel mondo, perché lo so che ti sarebbe piaciuto, saresti impazzito, avremmo fatto mille cose da nerd in tutti quei capannoni di altri nerd in cui mi portavi e facevano “le cose coi computer” e io ogni volta, ogni singola volta, cristo!, tornavo microscopico (te lo ricordi quando mi chiamavi “microbo”?) e mi sembrava che il tempo, ogni volta, ogni singola volta, si riavviasse come in un film e io potevo tornare indietro, fare scelte diverse, ma a quell’età che scelte vuoi fare? E insomma, scusami mi sono perso, dicevo, questa rivoluzione digitale ti sarebbe piaciuta davvero tanto, pa’, fidati, e non siamo nemmeno a metà degli anni ’90 con la storia e io ho già troppe cose da raccontarti che sinceramente, pa’, non ce la faccio, sono troppe, non riesco nemmeno a riprendere fiato se penso a quante cose vorrei raccontarti se avessi il tempo.

Posso dirti che ho perso la tua penna preferita (ok, non sono stato io, ma è stata colpa mia) ma ho il tuo orologio, i tuoi occhiali, l’amplificatore (ma non il giradischi), il baracchino, la Nikon e la sua borsa, quella cravatta orribile, la lampada dell’Accademia, i floppy, il cavalletto che pesa un quintale e vorrei chiederti come facevi a portartelo appresso, e i microfoni, il portafogli, i dischi, i libri – un sacco di libri – e tante, tante altre cose, mentre tante altre sono andate perse come la tua penna. Ho la tua voce, le tue chiavi, la tua barba e la tua perenne, indomabile incazzatura col mondo.

Ho imparato a fare un sacco di cose, ho cominciato con i tuoi vecchi attrezzi e poi ho comprato i miei e ho fatto un sacco di casini e di danni e mi sono fatto male un sacco di volte e in un’occasione sono finito al pronto soccorso ma va bene, succede, ho imparato qualcosa ogni giorno e sono contento. Non so ancora fare tutte le cose che sapevi fare tu ma ho fatto pace col fatto che non imparerò mai, non importa. Ne so fare altre, sono belle lo stesso.
La tua pasta è ancora un successo, ci credi? La chiamano ancora così, “gli spaghetti alla Sandro”. Quell’idea del rosmarino è diventata leggendaria. Io ho aggiunto una cosa perché mi piace l’idea che sia anche mia, però quando sono da solo a casa e la faccio per me la faccio come la facevi tu.

Vorrei che parlassi almeno una volta con F., almeno una volta, ma anche qui, il viaggio sarebbe stato lungo e ne avresti viste di cose, di persone, di assurdità (o forse no perché, lo sappiamo, se fossi stato ancora qui tutto sarebbe andato diversamente e niente di quanto è successo si sarebbe avverato ma dai, cerca di capire, sai cosa intendo), però davvero, vorrei che con F. potessi parlare e mi piacerebbe stare lì a guardarvi, in silenzio, seduto su quel divano orrendo, verde, con quelle piccole righe bianche e nere, e seguire la vostra conversazione e vedere che mi guardi e sei contento come lo sono io (beh, quasi).

Sembra ieri pa’, tutto sembra ieri.
Ogni cosa sembre appiattita nel tempo, in un tempoche ha un’unica dimensione e quindi, su quel tempo, le cose si fondono in un unico piano ma la veritàè che sono passati trent’anni e io da molto, molto tempo penso all’arrivo di questo giorno e mi chiedo “chissà che effetto farà, cosa penserò, cosa mi verrà da scrivere su facebook (no, papà, abbi pietà ma se c’è una cosa che non ho veramente l’energia di spiegarti sono i social. Non ti interessa, fidati), e quel giorno oggi è arrivato e l’unica cosa che riesco a pensare è che io non so davvero cosa dirti, perché tutto questo è niente rispetto a quello che ho pensato negli ultimi diecimila e novecentocinquanta giorni e da dove comincio?
Che cosa ti devo dire?

Allora non era meglio se restavi? Se guardavi, insieme a me, tutti questi cambiamenti, se rimanevi qui a guardarmi mentre la mia voce diventava come la tua, e mi cresceva la tua barba e io sì, ok, mi dispiace, io andavo a fondo, a tratti, nel tempo, ma non fa niente, davvero, lo so che sembra assurdo (soprattutto agli altri che mi leggono oggi, direi) ma davvero non fa niente perché, come mi hai detto quel giorno davanti alla versione di Tito Livio, “non importa se va male ma ci devi almeno provare” e io ci sto provando, ci sto provando davvero, lo so che probabilmente non si vede ma ci sto provando tantissimo e una cosa almeno ho imparato da te, ed è la più importante e le persone la vedono e mi dicono che è una bella cosa e io sono contento quando la notano e gli piace, ed è grazie a quella lezione che oggi sono pieno proprio di quelle persone che la notano, che mi tengono su quando ne ho bisogno e mi guardano mentre ci provo e mi dicono, in un modo o nell’altro, anche se non lo sanno ma me lo stanno dicendo, “tuo padre ce l’avrebbe fatta”.

È vero, tu ce l’avresti fatta. Io, almeno, ci sto provando.

Buon anniversario, pa’.

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Il Signor S.

Qualche giorno fa il signor S., del quarto piano, ha rotto una fioriera nel cortile condominiale.
L’ha rotta colpendola con il piede. Il piede nudo! Chissà che male deve aver fatto! Ma evidentemente quel giorno il signor S. era davvero fuori di sì. Arrabbiato, afflitto, disperato, stanco… non si sa. Fino a quella mattina andava tutto bene. F., il nostro portiere, era andato da lui a fargli la barba (il signor S. aveva ottantasei anni e una mano malferma), poi gli aveva fatto qualche faccenda di casa, perché il signor S. era anziano, la moglie più anziana di lui e ormai aggrappata costantemente al suo deambulatore. Avevano commentato i mondiali e poi si erano salutati.

Chissà cosa succedeva nella testa del signor S., da un po’ di tempo.
A volte era triste, mi dicono. A volte era davvero molto triste. Mi verrebbe da pensare che a quell’età sarei triste anche io, ma forse lo penso con la mia testa di adesso. Non ricordo che i miei nonni fossero particolarmente tristi per l’età che avevano. Certo, Nonna C. si lamentava sempre dei dolori, degli anni, della stanchezza, delle disgrazie che avevano accompagnato la sua vita, ma la verità è che Nonna C. si lamentava di tutto da sempre, glielo dicevano sempre tutti. “C.” – dicevano – “Te stai sempre a lamenta’”. E poi tutte queste disgrazie, io non ho mica capito quali sarebbero state. La guerra? Forse. Ma nonna della guerra non parlava mai, quindi, conoscendola, non doveva essersela passata troppo male. Altrimenti ne starebbe ancora parlando.

Ma chissà, forse il signor S. invece era davvero triste per essere diventato vecchio. La moglie aveva appena festeggiato ottantanove anni, e ottantanove anni sono tanti, sono proprio tanti. Sono undici anni meno di un secolo. E lui, che ne aveva pochi di meno, l’aveva portata a cena fuori. Erano andati a mangiare alla trattoria di A., avevano offerto il caffè a D., il nostro vicino, che aveva accettato volentieri e aveva scherzato con loro. “Allora, S., stasera je fai la festa a tua moglie, eh? Me raccomando!”. E lui, il signor S., si era fatto una risata e aveva detto “eh, mo vediamo. Forse co’ la pasticchetta…”
Avevano riso tutti. Lei sembrava contenta. Anche lui sembrava contento.
Ma un sacco di gente triste sembra contenta. Anche quelli che si sentono i più tristi del mondo.

A volte sembrare contenti non fa che peggiorare le cose. Forse il signor S. sembrava così contento che nessuno credeva davvero che, dentro, fosse così triste. Non aveva figli a cui raccontare che in realtà si sentiva arrabbiato, triste, spaventato o chissà che altro. La moglie era più vecchia di lui, lui la sorreggeva a ogni passo, la aiutava a camminare e a fare tutto il resto, quindi forse lui non aveva voglia di dirle che era stanco, che che aveva paura, che magari ci pensava ogni giorno. Non so a cosa potesse pensare, ma magari ci pensava in continuazione, non riusciva a smettere. Forse, chissà, aveva paura di rimanere solo. Lei era più vecchia e, onestamente, più malmessa. Non deve essere facile stare lì, ogni giorno che passa, a osservare qualcuno che hai amato tutta la vita invecchiare, deperire piano piano, ammalarsi, muoversi sempre di meno, fare sempre più fatica. Ascoltare nella notte se respira, svegliarsi ogni mattina con il dubbio, con la paura. Portare il caffè a qualcuno chiedendosi se si sveglierà.

O forse era arrabbiato per tutt’altro, il signor S.
Arrabbiato, triste, stanco, spaventato, angosciato, insofferente, chissà. Tutte cose che, alla lunga, rischiano di farti perdere la pazienza. Ma i motivi forse li sapeva solo lui, e non li ha voluti dire alla moglie per non farla preoccupare, e non aveva figli a cui raccontarlo, e non sapeva a chi dirlo e quindi se l’è tenuto finché questa cosa non l’ha scavato dentro e gli ha fatto, diciamo così, perdere la pazienza.

Fatto sta che l’altro giorno ha rotto una fioriera nel cortile condominiale. L’ha rotta colpendola con il piede. Il piede nudo! Sì perché il signor S. si era tolto le scarpe, prima di saltare. Dice che lo fanno tutti, che tutti quelli che saltano si tolgono le scarpe, prima. Così ha fatto lui. Si è tolto le scarpe, ha tolto una fioriera dal davanzale, ha accostato una sedia alla finestrea e poi, cadendo, ha colpito la fioriera. Ha rotto anche la cabina dell’estintore, ora che ci penso. Doveva essere davvero arrabbiato.
Quel piede deve avergli fatto malissimo, per un attimo.

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La cosa più stupefacente che mi sia mai capitata

Nel 1990, circa, mio padre aveva assemblato una specie di scrittoio metallino, fatta di quattro discutibilissimi pezzi di ferraglia smaltata, modulari e componibili a piacimento, antesignani di IKEA e pensati per l’arredamento di officine, ambienti industriali, magazzini, etc.
Erano praticamente due elementi laterali, gialli, che alla base fungevano da zampe e che, in alto, tenevano fissati fra loro due ripiani, uno bianco e uno grigio, disposti uno sopra l’altro a distanca di circa trenta centimetri. Il ripiano inferiore sporgeva leggermente in avanti rispetto a quello superiore, e lì era poggiata la tastiera del computer (tastiera che all’epoca *era* il computer, visto che parliamo del leggendario Amiga 500) e il mouse (un oggetto che mai avevo visto prima di allora); in quello superiore campeggiavano monitor e stampante.
Era orribile, va detto, ma era funzionale. Mio padre era un ingegnere, non un artista, e tanto bastava.

Ho passato ore e ore, giornate intere, per anni, seduto a quel mobile, a giocare e a imparare le prime, fondamentali nozioni di informatica. Ne ho consumato la vernice, nel punto in cui poggiavo i polsi. Ci ho inciso il mio nome da qualche parte e, sotto al ripiano, nel punto più nascosto, ho appiccicato un paio di gomme da masticare (scusa, pa’).

Quando mio padre è morto, quel coso è venuto via con noi da La Spezia, dove vivevamo, fino a Roma. Ha fatto vita grama in balcone per qualche anno, poi è stato dato via. non so a chi, non mi sono mai posto il problema, e sinceramente non so nemmeno dire quale sia stato il momento esatto della sua sparizione. Immagino che mia madre, comprensibilmente esasperata dalla sua ingombrante bruttezza, lo abbia rifilato a qualche disgraziato, uno di quelli che oggi popolano a migliaia i gruppi facebook come “Te lo regalo se vieni a prenderlo” e si accaniscono come squali per accaparrarsi uno spazzolino da denti “usato pochissimo, ritiro celere zona Manhattan, ottantesimo piano senza ascensore”.

Non posso dire che mi sia mancato quell’oggetto ma, a ripensarci adesso, mi torna una piccolissima punta di nostalgia a ripensare alle mie domeniche a giocare con l’Amiga mentre la casa era piena della musica che usciva dai vinili di De André. È un bel ricordo, forse l’unico di quelle domeniche terribili, fatte di altre cose che preferisco non ricordare.

Proprio a proposito di De André, un mese fa decido di ricominciare a suonare seriamente (cioè, lo decido circa due anni fa, ma fino al mese scorso ne ho solo parlato a vanvera), quindi io e Martino ci decidiamo (ehm, tecnicamente ce l’ha *ordinato* Elisa, a cui va tutta la mia personale gratitudine), stabiliamo rifare per intero “Storia Di Un Impiegato” e prenotiamo la sala prove.

Oggi, durante la seconda prova, mentre ci stiamo impiccando con gli arrangiamenti di “La Bomba In Testa”, io penso distrattamente a mio padre. Non è così strano, non voglio fare dell’inutile sensazionalismo costruito su una serendipity costruita ad arte: penso sempre a lui quando canto De André, è ovvio. Nella mia testa sono due figure che, a volte, quasi si fondono.

Ma oggi, mentre canto De André e penso a mio padre e mi tornano in mente quelle domeniche con lui a sentire i dischi e a giocare al computer, in un momento di epifania pazzesco, semplicemente, talmente assurdo che non credo di poter mai spiegare, campassi cent’anni e avessi la stessa arte della parola di Calvino, di Philip Roth, di Dostoevskij, davanti a me, nella sala prove più scalcinata di Roma, mi compare davanti questo oggetto.

Non esiste alternativa, non è fisicamente possibile in questo né in altri universi, che quel coso non sia lui, quello montato da mio padre nel ’90, circa; quello davanti al quale ho passato ore e ore, giornate intere, per anni, seduto a giocare e a imparare le prime, fondamentali nozioni di informatica; quello di cui ho consumato la vernice, nel punto in cui poggiavo i polsi; su cui ho inciso il mio nome da qualche parte e, sotto al ripiano, nel punto più nascosto, ho appiccicato un paio di gomme da masticare.

Che infatti oggi, a venticinque anni di distanza, ho controllato, sono ancora lì (scusa, pa’).

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Un’assenza indimenticabile

Due ricordi di mio padre, che riaffiorano dai suoi amici di gioventù e a distanza di quasi settant’anni disegnano in due tratti l’unico uomo che io abbia mai amato.

Siamo stati compagni di classe nel triennio della scuola media ed abbiamo frequentato a Rimini l’istituto situato nelle piazzetta dei Teatini. Ci recavamo a scuola con l’autobus militare, nel quale l’allegra ma educata brigata studentesca del Villaggio saliva alle 7,50 e dal quale scendeva alle 13,40. Quando c’erano lezioni supplementari si andava a piedi e spesso si univa a noi due Renzo Amadori, che frequentava la stessa classe ma in un’altra sezione. È stata in una di queste occasioni, che mentre mi recavo a scuola, con Alessandro sempre molto compito, educato e cavaliere, tanto che si offriva di portarmi i vocabolari, ci imbattemmo in un’officina, dove un trattore libero dalla corazza e pronto da riparare faceva brutta mostra di sé. Il massimo per la curiosità di Alessandro ed il minimo per me, da sempre disinteressata di meccanica, per cui lui si voleva fermare ed io non volevo perdere tempo. Da ragazzo acuto e sensibile quale era cominciò a descrivermi analiticamente ed in modo vivo e chiaro tutti i congegni e i meccanismi del motore e del suo funzionamento, che io mi appassionai alla sua descrizione dimenticandomi del tempo e ricordandomi per sempre della sua brillantezza intellettuale. Ed era sempre così Alessandro: ogni cosa stimolava la sua curiosità e fantasia ricavandone narrazioni magiche.
Quando d’estate ci si ritrovava allo stabilimento balneare militare Alessandro diventava un mattatore perché abilissimo nell’arte del maneggiare le parole e raccontare.
Se si giocava a pallavolo o a racchettoni si defilava, perché pur avendo un buon fisico alto e slanciato, gli sports non lo interessavano molto ma quando ci si riuniva sotto gli ombrelloni o vicino alle cabine diventava l’anima della comitiva.
Con aria seria e compassata inventava le storie più esilaranti;
le raccontava, le animava con battute e trovate spiritose facendoci ridere a crepapelle, mentre lui, da buon gigione, più maturo ed intelligente di noi, rimaneva serio ma soddisfatto di sé.
Gli aneddoti scolastici sono tanti perché era un ragazzo acuto e libero in anticipo sui tempi, che negli anni sessanta contestava con una forte dose di ironia gli aspetti grotteschi dell’esistenza. Pur fornito di buone dosi intellettive a scuola non faceva mostra di sé ma era silenziosamente e sornionamente contestatore.

A. P. G.

Ricordo quando costruì un amplificatore a valvole, di cui mio padre gli fece il mobile, che conteneva anche il giradischi che poteva caricare una decina di LP o di 45 giri, quante ore ad ascoltare dischi.
Ricordo anche lo schema finale di potenza EL86 e preamplificatore con ECC81 perchè volevo farlo anche io che ero agli esordi dei miei studi di elettronica, anni dopo l’ho costruito uguale perchè mi aveva lasciato lo schema, ma io non riuscii mai a togliergli un leggero residuo di alternata, mentre il suo era perfetto.

L. P.

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Er tre – 9

#ertre

Controllore: “Biglietto o tessera?”
Passeggero: “Eh, non ce l’ho”
Contr.: “C’è la multa. Dov’è salito?”
Pass.: “All’inizio, al capolinea.”
(dal fondo) “Ah quindi c’hai solo le lire”

Risate. Sipario.

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Come un senso di Liberazione

Io non sono mai stato oltre Ponte Milvio.
Oggi, tanto per far finta di essere magri, ho preso la bicicletta e fatto un lungo giro.
Ho percorso quasi tutta la ciclabile del lungotevere da Magliana fino a Castel Giubileo.
 
Arrivato a Ponte Milvio, ho iniziato il tratto di pista che non avevo mai percorso.
Devo dire che un po’ mi sentivo in c
olpa per non essere, piuttosto, a qualche celebrazione per il 25 aprile, pensavo di scrivere qualcosa di retorico e banale una volta tornato a casa, ero lì che ci pensavo mentre pedalavo e mi dicevo vabbp, ma che altro c’è da dire, che non sia stato detto? Cerchiamo di ricordare, sempre, ma dopo settant’anni durante i quali è stato detto e scritto di tutto, ma che te vòi ‘nventa’?
Poi mi arrampico per la scalinata che porta alla ciclabile (ah, sì, a Roma siamo così: abbiamo delle ciclabili che, per raggiungerle, devi salire per una scalinata. Che uno dice “ma siete matti?” E noi, pensando al prossimo derby, rispondiamo sereni: “sì”.
Dicevo, mi arrampico per la scalinata, prendo il nuovo tratto di ciclabile, e leggo il nome della via.
Scopro così, per caso, proprio oggi 25 aprile, che tutto il tratto di ciclabile che va da Ponte Milvio fino a Saxa Rubra è dedicato alle donne partigiane. Mi sono fermato a leggere le loro storie, ho imparato i loro nomi e adesso, tornato a casa, sto facendo qualche ricerca su internet per scoprire qualcos’altro su di loro.
Sono arrivato fino alla Salaria con questa bella sensazione di giusta coincidenza, di serendipity, che mi ha spinto fino all’ultimo kilometro.
Poi, al ritorno, mi ha un po’ abbbandonato e sono rientrato verso casa, dal quarantesimo km in poi, con quella brutta sensazione di morte, di gambe falciate da una mietitrebbia, che mi ha quasi portato a credere in un dio.
Ho valutato le ipotesi di

1) arrivare in un punto affollato e lasciarmi cadere a terra.
2) Chiamare un taxi grande abbastanza da poter contenere me e la bici
3) Comprare una casa a Ponte Milvio, lì, su due piedi (che non sentivo più)
4) Vendere (ma che dico vendere? regalare!) la bicicletta al primo bangla disposto a ricambiare con una bottiglietta di gatorade. O anche no.
5) lasciarmi cadere nel tevere e far sì che la corrente mi trasportasse un po’ più a valle, verso casa.
Poi ho pensato a quelle donne, e mi sono vergognato un po’. È una cosa stupida da dire, lo so, capitemi. Ma mi sono detto che almeno davanti ai loro nomi potevo mostrare un po’ più di… (ehm, che faccio, lo dico? Vabbè, dai, ormai ci siamo…) di resistenza, ecco.
Perché uno degli insegnamenti che dovremmo trarre, ora e sempre, è anche questo: se cominciamo ad arrenderci, ognuno di noi, nel privato, per le piccole cose, tutto il resto sarà sempre una battaglia persa.
Noi questa battaglia (peraltro più o meno l’unica daa storia, ma vabbè…) l’abbiamo vinta.
Impariamo qualcosa. Anche solo i nomi di queste donne.

 

Adele Bei
Egle Gualdi
Adele Maria Jemolo
Laura Lombardo Radice
Marisa Musu
Laura Garroni
Maria Teresa Regard

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Siete voi

Stamattina, sul tram (sì, #ertre, però a ‘na certa fateve ‘na famija), seduta di fronte a me c’era una ragazza. Era carina, aveva un cappotto di taglio militare molto bello, leggeva Internazionale, ogni tanto guardava lo smartphone. Quando guardava lo smartphone, sorrideva. Poi digitava qualcosa, aspettava, poi sorrideva di nuovo.
Al Circo Massimo è scesa, sembrava contenta.

A fianco a ma c’era un ragazzo africano (un “ragazzo con la carnagione scura”, come direbbe Il Tempo. Insomma, uno col ritmo nel sangue). Teneva la testa poggiata da una parte e sonnecchiava. All’altezza del Colosseo sono uscite alcune note ovattate dal suo taschino. Lui ha tirato fuori il telefono e ha letto. Ha fatto una telefonata, non so cosa dicesse ma si capiva che era una cosa allegra. Poi si è appoggiato di nuovo con la testa e ha richiuso gli occhi.

A Piramide è entrata una donna, avrà avuto poco più di me. È salita sul tram mentre parlava al telefono, ha detto “Mamma, non te ne devi preoccupare, non è un problema. Ci penso io, stai tranquilla”. Hanno parlato ancora un po’, poi, finita la telefonata, lei ha guardato il telefono, ha scritto qualcosa, anche lei ha sorriso, poi ha cominciato ad ascoltare della musica.

In tutto questo, io stavo chiacchierando con un’amica. Le stavo raccontando una cosa carina che mi è successa ieri (sì, nel frattempo mi stavo anche facendo ampiamente i cazzi degli altri).
Poi sono sceso anche io.

In questi giorni sto organizzando, per il terzo anno di fila, una festa, qui a Roma, per rivedere quel centinaio e più di persone che ho conosciuto e a cui mi sono affezionato (ok, non esattamente *tutti*) proprio grazie a Internet, a FF, a Whatsapp, a Facebook, etc.
Alcuni di loro sono diventati i punti fermi della mia vita, e questo perché, nei momenti da condividere (belli o brutti), li ho sempre avuti vicini, a qualsiasi ora, perché “stavo incollato allo smartphone”. Come vedete, non mi stavo affatto isolando (a volte sì, ma è un altro discorso).

Allora ho pensato che vorrei dire a tutta quella pletora di sfasciacoglioni del “Ah, signora mia, oggi siamo tutti risucchiati dagli smartphone, nessuno parla più con i suoi vicini, la gente è isolata dalla teconologia”, a tutti quei disagiati che evidentemente vent’anni fa attaccavano pippa agli sconosciuti sull’autobus, a quel tapino di Antoine Geiger, a quel gigantesco palo in culo che è diventato Moby, a tutti questi vorrei dire che, se avete l’impressione che, da quando esistono gli smartphone, la gente non vi parli più, beh, forse il problema siete voi che siete una lagna. Non è la gente. Non sono gli smartphone. Non è internet.

Siete voi.

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Er tre – 4

Oggi sono venuto al lavoro in motorino. A ‘na certa, su Viale Trastevere, ho superato #ertre.
Era quello dell’altro giorno, c’ero io a bordo.

 

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Beatrice Vio

Pensa, porella, Bebe Vio che a undici anni è sopravvissuta a una meningite fulminante, a un’infezione con necrosi che le è costata gambe e avambracci, poi è diventata schermitrice paralimpica e, senza arti, a diciannove anni ha vinto due ori europei, uno mondiale, uno paralimpico, poi è andata a cena alla Casabianca, si è fatta un selfie con il Presidende degli Stati Uniti però poi, purtroppo, tal Giancazzo M5S Favazzoni di Botticino Sera (BS) ha disapprovato e allora niente, è stato tutto inutile.

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Il costo esorbitante di un pugno di vitamine

Chissà se anche Caspar Wistar ha passato la vita con questa sensazione di… come dire… successo sfiorato.
Chissà se anche lui non è mai più riuscito a liberarsi di questa consapevolezza di essere stati vicino, vicinissimo a qualcosa di enorme, grandissimo, straordinario, e tuttavia averlo mancato di pochissimo.
A me sarebbe successo, al suo posto. A me succede, in effetti.
Non voglio dire di essere mai stato, come lui, vicino a rivoluzionare il mondo come lo conosciamo, per carità. Però, fatte le dovute proporzioni, sono stato sicuramente vicino a rivoluzionare il mio mondo. Poi, a un certo punto, devo aver pensato “vabbè, magari è ‘na cazzata”, e ho buttato tutto nel cesso.

A Caspar Wistar è andata più o meno così. Gli hanno portato una cosa, gli hanno detto “ma secondo te, ‘sto coso, che è?”
Lui ha guardato il coso, ha detto “beh, mi pare un osso molto grande”, e lo ha messo da qualche parte. Dopo un po’, quando gli è ricapitato tra le mani, dev’essersi detto “vabbè ma che ce devo fa’?” e l’ha buttato. La domanda era legittima, uno che se ne fa di un “osso molto grande”?
Certo, era un femore di dinosauro, e nessuno aveva ancora idea che fossero esistiti i dinosauri, quindi più che un “osso molto grande”, era forse il più grande ritrovamento paleontologico della storia dell’umanità. Ma oh, uno che ne sa?

Come fai ad accorgerti di avere in mano qualcosa di così importante da non essere mai esistito prima? Oddio, Wistar era un medico e un anatomista, secondo me si poteva sprecare un attimo di più, poteva perderci mezz’ora e diventare, con cinquant’anni d’anticipo, lo scopritore dei dinosauri ma tant’è, è andata così. Oggi il suo nome lo porta solo il glicine (Wisteria Sinensis) e, da lì, il quartiere di Desperate Housewives. Poteva andare peggio, no?
Beh, sì, certo, poteva andare anche molto meglio. Poteva tenerselo e diventare felice.

Quindi ecco, a volte mi chiedo, qual è stato l'”osso molto grande” della mia vita?
E spesso mi rispondo, tanto per trovare un colpevole, che è stata la centrifuga.

La centrifuga, sì, quella per la frutta.
Direte “ma sei scemo? Mo vedi che la centrifuga era la svolta della tua vita”. A parte che mi ci potevo amputare una mano (e in un paio di occasioni credo di esserci andato sorprendentemente vicino) e la mia vita sarebbe stata senz’altro rivoluzionata. In peggio, è chiaro, ma ciò non toglie…

Poi che ne sai, magari tutte quelle vitamine che in vita mia non ho mai assunto a dovere (adesso se mando giù un supradyn mi portano al pronto soccorso in shock anafilattico) avrebbero fatto la differenza. Sull’umore, sull’energia, sulla capacità di inseguire le cose, di combattere per farle funzionare. Per esempio, a fine marzo non avrei avuto l’influenza. Sembra una cazzata, ma secondo me ha fatto parecchia differenza. O magari a maggio avrei retto meglio lo stress, per dire. Sono tutti momenti ben precisi in cui alcuni pezzi fondamentali si sono un po’ incrinati. Eh, succede. Si parte da una crepa, e piano piano viene giù il muro.
Secondo me le vitamine avrebbero aiutato, se mi fossi dedicato con costanza alla centrifuga sarei stato più forte. Solo che per stare appresso a una centrifuga serve un dispendio tale di energie che serve una precedente centrifuga tramite cui ricavare le vitamine necessarie, e insomma… avete capito dove si blocca il meccanismo, no?

La centrifuga è un oggetto meraviglioso, se visto in televisione.
È scintillante (lo sono tutti gli elettrodomestici, se ci pensate. Evidentemente noi umani consumisti siamo attratti dagli oggetti scintillanti, allo stesso modo dei pesci, più di quanto non ci faccia piacere ammettere), minacciosa (beh, per la frutta, immagino. E un paio di volte anche per la mia mano), invitante (vi sfido a possederne una senza nemmeno pensare di centrifugare qualsiasi cosa vi si pari davanti) e, al contrario di altre cose come la Xbox o il Blu-Ray, quando spendete soldi per comprarla avete una scusa di ferro con cui tramortire la vostra inutile coscienza: “Fa bene alla salute!” (se riuscite a non centrifugarvi una mano. No, scusate, insisto perché davvero, è più facile di quanto crediate)

Così me ne sono portata una a casa e, la sera stessa, mi sono fatto una ricchissima centrifuga con quei tre quintali di frutta e verdura che rischiavano di marcire nel frigorifero. Perché avevo tre quintali di frutta e verdura a marcire nel frigo? Beh, avevo in programma di procurarmi una centrifuga, no? Quindi avevo cominciato a… vabbè, possiamo parlarne un’altra volta, guardate. Davvero.

Insomma, ho fatto la mia prima centrifuga.
È stata anche la penultima.

Ve lo dico: non si può fare. È come accendere il fuoco con i legnetti, è inutile credere alle giovani marmotte: non si può fare. Non. Si. Può. Fare.

Cioè, il succo esce ma, come dicevo, tutte quelle vitamine non basteranno a compensare il dispendio di energie che serve a:

  1. Montare la centrifuga
  2. Sbucciare la frutta
  3. Tagliare la frutta
  4. Pulire la verdura
  5. Tagliare la verdura
  6. Resistere al frastuono senza impazzire
  7. Smontare la centrifuga
  8. Pulire la centrifuga

Il punto 1 è abbastanza semplice. Ho detto abbastanza per non trarre in inganno nessuno: al primo tentativo semplicemente non si monta. Nel senso, dal secondo tentativo in poi i pezzi assumono una forma diversa, più compatibile, forse col calore, non so. Ma al primo tentativo la centrifuga semplicemente non si monta. È così.

I punti 2-3-4-5 vabbè, vi sarà capitato nella vita di sbucciare della frutta. Forse non così tanta, certo, perché se pensate che bastino una mela, un’arancia, una carota, un sedano e un limone per fare un bicchiere di succo siete slegati dalla realtà. Ne servono circa quattro kg, quattro e mezzo. Se avete voglia di un secondo bicchiere, dovete tornare ai mercati generali.
Non vi fate fregare quando vi raccontano che potete mettere la frutta anche intera e con tutta la buccia. È falso. Quando poi andate a leggere le istruzioni, l’unica frutta che potete mettere intera sono stronzate tipo i lamponi (ma chi cazzo si mette a centrifugare i lamponi, cristo? David Gnomo?), l’uva (eh, ma va?), le carote (beh, che ne so, non hanno praticamente nulla al loro interno se non carota stessa. Le devo anche pulire?), le verdure in foglia (vabbè allora se mi pigli per il culo dillo e la facciamo finita).

Il punto 6… Aaaah, questo sì. Ora non voglio generalizzare, non so se tutte le centrifughe esistenti in commercio sono così, ma io vi giuro che la mia altri trenta secondi e avrebbe svegliato Beethoven. Avevo il terrore che qualcuno del palazzo sfondasse la porta di casa con un ariete e poi usasse il medesimo contro il mio sterno (e, immagino, almeno spero, contro la centrifuga). Ho sudato tantissimo mentre quel coso faceva un rumore infernale, ero nervosissimo, quando finalmente si è fermata sono quasi venuto meno per la tensione.

Punto 7. Adesso che la vostra cucina farebbe alzare un sopracciglio pure agli sceneggiatori di Dexter, dovete smontare la centrifuga. Io non ho nulla da dirvi. Auguri, se vi va fate un video. Vi piacerà rivederlo, un giorno.

Punto 8. Ecco.  Perché tutto si può affrontare, ma il vero dramma è questo. Chiariamo subito una cosa: vi ricordate, negli anni ’80, sulla quarta di copertina dei fumetti, le inserzioni pubblicitarie di cose come gli occhiali a raggi x, o il… boh… coso che permetteva di controllare la volontà altrui (non mi ricordo che era, forse tipo un amuleto, una cosa così)? Ecco, vi stanno fregando di nuovo: la centrifuga che “separa la polpa in un apposito contenitore facilmente lavabile” è una truffa. La polpa va ovunque, come un adolescente drogato. È inutile che vi incazzate, va dove gli pare. Per pulire la centrifuga, dovrete smontarla fino alla fase 1 dell’assemblaggio di fabbrica. Qualcuno di voi, particolarmente sprovveduto, potrebbe pensare di non averne voglia e di rimandare la pulizia a un momento successivo. Non fatelo: nulla in natura, a parte forse il mantello terrestre, è duro e compatto come la polpa di frutta abbandonata a sé stessa per più di mezz’ora. È il materiale edile del futuro, io ve lo dico. Non investite sul mattone, investite sugli scarti della centrifuga. Se l’impianto di Cernobyl, dopo il disastro, fosse stato ricoperto di polpa di frutta, a sei mesi di distanza avremmo potuto farci giocare i bambini.

La mia esperienza si è conclusa non qui, come dicevo, ma dopo un altro, assurdamente ottimistico e altrettanto fallimentare tentativo. Non ci ho più riprovato, e alla fine l’ho data via (a una persona a cui vanno tutte le mie scuse più sincere).

Ogni tanto però ci ripenso, come forse Caspar Wistar ha ripensato all'”ossone” che, in un momento di superficialità, aveva gettato via (gesto che gli valse, per il resto della sua vita, l’attributo di “vuoto di senno” da parte dei suoi colleghi di tutto il mondo. Quindi sì, immagino ci abbia ripensato piuttosto spesso).
Ripenso a un oggetto che necessitava di cure infinite per restituire, in cambio, un quantitativo di energie piuttosto risibile. Uno sforzo estenuante per avere che cosa? Una piccolezza che, con tre euro, si può prendere al bar (godendosi così anche lo spettacolo del poveraccio che impallidisce alla vostra richiesta, odiandovi segretamente) ma che, fatta in casa, per quel breve momento (brevissimo, invero) vi rende quasi felici. E mi ritrovo spesso a chiedermi se tutto quello sforzo per avere pochissimo in cambio, ma quel pochissimo davvero bello, ne valeva la pena o no.
Ma non lo sapremo mai, la centrifuga non c’è più, l’ho data via a malincuore, resisto tuttora al perverso desiderio di comprarne un’altra, illudendomi che possa essere “migliore”, e di nuovo ho il frigorifero pieno di frutta che continua a marcire, e che mi guarda rammaricata (e marcita) chiedendomi perché, ogni volta, devo usare lei come metafora di questi momenti invece di darle una dignitosa sepoltura.

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