Come un senso di Liberazione

Io non sono mai stato oltre Ponte Milvio.
Oggi, tanto per far finta di essere magri, ho preso la bicicletta e fatto un lungo giro.
Ho percorso quasi tutta la ciclabile del lungotevere da Magliana fino a Castel Giubileo.
 
Arrivato a Ponte Milvio, ho iniziato il tratto di pista che non avevo mai percorso.
Devo dire che un po’ mi sentivo in c
olpa per non essere, piuttosto, a qualche celebrazione per il 25 aprile, pensavo di scrivere qualcosa di retorico e banale una volta tornato a casa, ero lì che ci pensavo mentre pedalavo e mi dicevo vabbp, ma che altro c’è da dire, che non sia stato detto? Cerchiamo di ricordare, sempre, ma dopo settant’anni durante i quali è stato detto e scritto di tutto, ma che te vòi ‘nventa’?
Poi mi arrampico per la scalinata che porta alla ciclabile (ah, sì, a Roma siamo così: abbiamo delle ciclabili che, per raggiungerle, devi salire per una scalinata. Che uno dice “ma siete matti?” E noi, pensando al prossimo derby, rispondiamo sereni: “sì”.
Dicevo, mi arrampico per la scalinata, prendo il nuovo tratto di ciclabile, e leggo il nome della via.
Scopro così, per caso, proprio oggi 25 aprile, che tutto il tratto di ciclabile che va da Ponte Milvio fino a Saxa Rubra è dedicato alle donne partigiane. Mi sono fermato a leggere le loro storie, ho imparato i loro nomi e adesso, tornato a casa, sto facendo qualche ricerca su internet per scoprire qualcos’altro su di loro.
Sono arrivato fino alla Salaria con questa bella sensazione di giusta coincidenza, di serendipity, che mi ha spinto fino all’ultimo kilometro.
Poi, al ritorno, mi ha un po’ abbbandonato e sono rientrato verso casa, dal quarantesimo km in poi, con quella brutta sensazione di morte, di gambe falciate da una mietitrebbia, che mi ha quasi portato a credere in un dio.
Ho valutato le ipotesi di

1) arrivare in un punto affollato e lasciarmi cadere a terra.
2) Chiamare un taxi grande abbastanza da poter contenere me e la bici
3) Comprare una casa a Ponte Milvio, lì, su due piedi (che non sentivo più)
4) Vendere (ma che dico vendere? regalare!) la bicicletta al primo bangla disposto a ricambiare con una bottiglietta di gatorade. O anche no.
5) lasciarmi cadere nel tevere e far sì che la corrente mi trasportasse un po’ più a valle, verso casa.
Poi ho pensato a quelle donne, e mi sono vergognato un po’. È una cosa stupida da dire, lo so, capitemi. Ma mi sono detto che almeno davanti ai loro nomi potevo mostrare un po’ più di… (ehm, che faccio, lo dico? Vabbè, dai, ormai ci siamo…) di resistenza, ecco.
Perché uno degli insegnamenti che dovremmo trarre, ora e sempre, è anche questo: se cominciamo ad arrenderci, ognuno di noi, nel privato, per le piccole cose, tutto il resto sarà sempre una battaglia persa.
Noi questa battaglia (peraltro più o meno l’unica daa storia, ma vabbè…) l’abbiamo vinta.
Impariamo qualcosa. Anche solo i nomi di queste donne.

 

Adele Bei
Egle Gualdi
Adele Maria Jemolo
Laura Lombardo Radice
Marisa Musu
Laura Garroni
Maria Teresa Regard

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Una risposta a Come un senso di Liberazione

  1. violavienna ha detto:

    un sapiente mix di narcisismo e sensibilità. Tipo che non si sa se alzare gli occhi al cielo o dirti “bentornato!”
    ….
    ….
    ….
    E va bene, questa volta vada per i festeggiamenti: bravo Mastro.

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