La cosa più stupefacente che mi sia mai capitata

Nel 1990, circa, mio padre aveva assemblato una specie di scrittoio metallino, fatta di quattro discutibilissimi pezzi di ferraglia smaltata, modulari e componibili a piacimento, antesignani di IKEA e pensati per l’arredamento di officine, ambienti industriali, magazzini, etc.
Erano praticamente due elementi laterali, gialli, che alla base fungevano da zampe e che, in alto, tenevano fissati fra loro due ripiani, uno bianco e uno grigio, disposti uno sopra l’altro a distanca di circa trenta centimetri. Il ripiano inferiore sporgeva leggermente in avanti rispetto a quello superiore, e lì era poggiata la tastiera del computer (tastiera che all’epoca *era* il computer, visto che parliamo del leggendario Amiga 500) e il mouse (un oggetto che mai avevo visto prima di allora); in quello superiore campeggiavano monitor e stampante.
Era orribile, va detto, ma era funzionale. Mio padre era un ingegnere, non un artista, e tanto bastava.

Ho passato ore e ore, giornate intere, per anni, seduto a quel mobile, a giocare e a imparare le prime, fondamentali nozioni di informatica. Ne ho consumato la vernice, nel punto in cui poggiavo i polsi. Ci ho inciso il mio nome da qualche parte e, sotto al ripiano, nel punto più nascosto, ho appiccicato un paio di gomme da masticare (scusa, pa’).

Quando mio padre è morto, quel coso è venuto via con noi da La Spezia, dove vivevamo, fino a Roma. Ha fatto vita grama in balcone per qualche anno, poi è stato dato via. non so a chi, non mi sono mai posto il problema, e sinceramente non so nemmeno dire quale sia stato il momento esatto della sua sparizione. Immagino che mia madre, comprensibilmente esasperata dalla sua ingombrante bruttezza, lo abbia rifilato a qualche disgraziato, uno di quelli che oggi popolano a migliaia i gruppi facebook come “Te lo regalo se vieni a prenderlo” e si accaniscono come squali per accaparrarsi uno spazzolino da denti “usato pochissimo, ritiro celere zona Manhattan, ottantesimo piano senza ascensore”.

Non posso dire che mi sia mancato quell’oggetto ma, a ripensarci adesso, mi torna una piccolissima punta di nostalgia a ripensare alle mie domeniche a giocare con l’Amiga mentre la casa era piena della musica che usciva dai vinili di De André. È un bel ricordo, forse l’unico di quelle domeniche terribili, fatte di altre cose che preferisco non ricordare.

Proprio a proposito di De André, un mese fa decido di ricominciare a suonare seriamente (cioè, lo decido circa due anni fa, ma fino al mese scorso ne ho solo parlato a vanvera), quindi io e Martino ci decidiamo (ehm, tecnicamente ce l’ha *ordinato* Elisa, a cui va tutta la mia personale gratitudine), stabiliamo rifare per intero “Storia Di Un Impiegato” e prenotiamo la sala prove.

Oggi, durante la seconda prova, mentre ci stiamo impiccando con gli arrangiamenti di “La Bomba In Testa”, io penso distrattamente a mio padre. Non è così strano, non voglio fare dell’inutile sensazionalismo costruito su una serendipity costruita ad arte: penso sempre a lui quando canto De André, è ovvio. Nella mia testa sono due figure che, a volte, quasi si fondono.

Ma oggi, mentre canto De André e penso a mio padre e mi tornano in mente quelle domeniche con lui a sentire i dischi e a giocare al computer, in un momento di epifania pazzesco, semplicemente, talmente assurdo che non credo di poter mai spiegare, campassi cent’anni e avessi la stessa arte della parola di Calvino, di Philip Roth, di Dostoevskij, davanti a me, nella sala prove più scalcinata di Roma, mi compare davanti questo oggetto.

Non esiste alternativa, non è fisicamente possibile in questo né in altri universi, che quel coso non sia lui, quello montato da mio padre nel ’90, circa; quello davanti al quale ho passato ore e ore, giornate intere, per anni, seduto a giocare e a imparare le prime, fondamentali nozioni di informatica; quello di cui ho consumato la vernice, nel punto in cui poggiavo i polsi; su cui ho inciso il mio nome da qualche parte e, sotto al ripiano, nel punto più nascosto, ho appiccicato un paio di gomme da masticare.

Che infatti oggi, a venticinque anni di distanza, ho controllato, sono ancora lì (scusa, pa’).

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