Il costo esorbitante di un pugno di vitamine

Chissà se anche Caspar Wistar ha passato la vita con questa sensazione di… come dire… successo sfiorato.
Chissà se anche lui non è mai più riuscito a liberarsi di questa consapevolezza di essere stati vicino, vicinissimo a qualcosa di enorme, grandissimo, straordinario, e tuttavia averlo mancato di pochissimo.
A me sarebbe successo, al suo posto. A me succede, in effetti.
Non voglio dire di essere mai stato, come lui, vicino a rivoluzionare il mondo come lo conosciamo, per carità. Però, fatte le dovute proporzioni, sono stato sicuramente vicino a rivoluzionare il mio mondo. Poi, a un certo punto, devo aver pensato “vabbè, magari è ‘na cazzata”, e ho buttato tutto nel cesso.

A Caspar Wistar è andata più o meno così. Gli hanno portato una cosa, gli hanno detto “ma secondo te, ‘sto coso, che è?”
Lui ha guardato il coso, ha detto “beh, mi pare un osso molto grande”, e lo ha messo da qualche parte. Dopo un po’, quando gli è ricapitato tra le mani, dev’essersi detto “vabbè ma che ce devo fa’?” e l’ha buttato. La domanda era legittima, uno che se ne fa di un “osso molto grande”?
Certo, era un femore di dinosauro, e nessuno aveva ancora idea che fossero esistiti i dinosauri, quindi più che un “osso molto grande”, era forse il più grande ritrovamento paleontologico della storia dell’umanità. Ma oh, uno che ne sa?

Come fai ad accorgerti di avere in mano qualcosa di così importante da non essere mai esistito prima? Oddio, Wistar era un medico e un anatomista, secondo me si poteva sprecare un attimo di più, poteva perderci mezz’ora e diventare, con cinquant’anni d’anticipo, lo scopritore dei dinosauri ma tant’è, è andata così. Oggi il suo nome lo porta solo il glicine (Wisteria Sinensis) e, da lì, il quartiere di Desperate Housewives. Poteva andare peggio, no?
Beh, sì, certo, poteva andare anche molto meglio. Poteva tenerselo e diventare felice.

Quindi ecco, a volte mi chiedo, qual è stato l'”osso molto grande” della mia vita?
E spesso mi rispondo, tanto per trovare un colpevole, che è stata la centrifuga.

La centrifuga, sì, quella per la frutta.
Direte “ma sei scemo? Mo vedi che la centrifuga era la svolta della tua vita”. A parte che mi ci potevo amputare una mano (e in un paio di occasioni credo di esserci andato sorprendentemente vicino) e la mia vita sarebbe stata senz’altro rivoluzionata. In peggio, è chiaro, ma ciò non toglie…

Poi che ne sai, magari tutte quelle vitamine che in vita mia non ho mai assunto a dovere (adesso se mando giù un supradyn mi portano al pronto soccorso in shock anafilattico) avrebbero fatto la differenza. Sull’umore, sull’energia, sulla capacità di inseguire le cose, di combattere per farle funzionare. Per esempio, a fine marzo non avrei avuto l’influenza. Sembra una cazzata, ma secondo me ha fatto parecchia differenza. O magari a maggio avrei retto meglio lo stress, per dire. Sono tutti momenti ben precisi in cui alcuni pezzi fondamentali si sono un po’ incrinati. Eh, succede. Si parte da una crepa, e piano piano viene giù il muro.
Secondo me le vitamine avrebbero aiutato, se mi fossi dedicato con costanza alla centrifuga sarei stato più forte. Solo che per stare appresso a una centrifuga serve un dispendio tale di energie che serve una precedente centrifuga tramite cui ricavare le vitamine necessarie, e insomma… avete capito dove si blocca il meccanismo, no?

La centrifuga è un oggetto meraviglioso, se visto in televisione.
È scintillante (lo sono tutti gli elettrodomestici, se ci pensate. Evidentemente noi umani consumisti siamo attratti dagli oggetti scintillanti, allo stesso modo dei pesci, più di quanto non ci faccia piacere ammettere), minacciosa (beh, per la frutta, immagino. E un paio di volte anche per la mia mano), invitante (vi sfido a possederne una senza nemmeno pensare di centrifugare qualsiasi cosa vi si pari davanti) e, al contrario di altre cose come la Xbox o il Blu-Ray, quando spendete soldi per comprarla avete una scusa di ferro con cui tramortire la vostra inutile coscienza: “Fa bene alla salute!” (se riuscite a non centrifugarvi una mano. No, scusate, insisto perché davvero, è più facile di quanto crediate)

Così me ne sono portata una a casa e, la sera stessa, mi sono fatto una ricchissima centrifuga con quei tre quintali di frutta e verdura che rischiavano di marcire nel frigorifero. Perché avevo tre quintali di frutta e verdura a marcire nel frigo? Beh, avevo in programma di procurarmi una centrifuga, no? Quindi avevo cominciato a… vabbè, possiamo parlarne un’altra volta, guardate. Davvero.

Insomma, ho fatto la mia prima centrifuga.
È stata anche la penultima.

Ve lo dico: non si può fare. È come accendere il fuoco con i legnetti, è inutile credere alle giovani marmotte: non si può fare. Non. Si. Può. Fare.

Cioè, il succo esce ma, come dicevo, tutte quelle vitamine non basteranno a compensare il dispendio di energie che serve a:

  1. Montare la centrifuga
  2. Sbucciare la frutta
  3. Tagliare la frutta
  4. Pulire la verdura
  5. Tagliare la verdura
  6. Resistere al frastuono senza impazzire
  7. Smontare la centrifuga
  8. Pulire la centrifuga

Il punto 1 è abbastanza semplice. Ho detto abbastanza per non trarre in inganno nessuno: al primo tentativo semplicemente non si monta. Nel senso, dal secondo tentativo in poi i pezzi assumono una forma diversa, più compatibile, forse col calore, non so. Ma al primo tentativo la centrifuga semplicemente non si monta. È così.

I punti 2-3-4-5 vabbè, vi sarà capitato nella vita di sbucciare della frutta. Forse non così tanta, certo, perché se pensate che bastino una mela, un’arancia, una carota, un sedano e un limone per fare un bicchiere di succo siete slegati dalla realtà. Ne servono circa quattro kg, quattro e mezzo. Se avete voglia di un secondo bicchiere, dovete tornare ai mercati generali.
Non vi fate fregare quando vi raccontano che potete mettere la frutta anche intera e con tutta la buccia. È falso. Quando poi andate a leggere le istruzioni, l’unica frutta che potete mettere intera sono stronzate tipo i lamponi (ma chi cazzo si mette a centrifugare i lamponi, cristo? David Gnomo?), l’uva (eh, ma va?), le carote (beh, che ne so, non hanno praticamente nulla al loro interno se non carota stessa. Le devo anche pulire?), le verdure in foglia (vabbè allora se mi pigli per il culo dillo e la facciamo finita).

Il punto 6… Aaaah, questo sì. Ora non voglio generalizzare, non so se tutte le centrifughe esistenti in commercio sono così, ma io vi giuro che la mia altri trenta secondi e avrebbe svegliato Beethoven. Avevo il terrore che qualcuno del palazzo sfondasse la porta di casa con un ariete e poi usasse il medesimo contro il mio sterno (e, immagino, almeno spero, contro la centrifuga). Ho sudato tantissimo mentre quel coso faceva un rumore infernale, ero nervosissimo, quando finalmente si è fermata sono quasi venuto meno per la tensione.

Punto 7. Adesso che la vostra cucina farebbe alzare un sopracciglio pure agli sceneggiatori di Dexter, dovete smontare la centrifuga. Io non ho nulla da dirvi. Auguri, se vi va fate un video. Vi piacerà rivederlo, un giorno.

Punto 8. Ecco.  Perché tutto si può affrontare, ma il vero dramma è questo. Chiariamo subito una cosa: vi ricordate, negli anni ’80, sulla quarta di copertina dei fumetti, le inserzioni pubblicitarie di cose come gli occhiali a raggi x, o il… boh… coso che permetteva di controllare la volontà altrui (non mi ricordo che era, forse tipo un amuleto, una cosa così)? Ecco, vi stanno fregando di nuovo: la centrifuga che “separa la polpa in un apposito contenitore facilmente lavabile” è una truffa. La polpa va ovunque, come un adolescente drogato. È inutile che vi incazzate, va dove gli pare. Per pulire la centrifuga, dovrete smontarla fino alla fase 1 dell’assemblaggio di fabbrica. Qualcuno di voi, particolarmente sprovveduto, potrebbe pensare di non averne voglia e di rimandare la pulizia a un momento successivo. Non fatelo: nulla in natura, a parte forse il mantello terrestre, è duro e compatto come la polpa di frutta abbandonata a sé stessa per più di mezz’ora. È il materiale edile del futuro, io ve lo dico. Non investite sul mattone, investite sugli scarti della centrifuga. Se l’impianto di Cernobyl, dopo il disastro, fosse stato ricoperto di polpa di frutta, a sei mesi di distanza avremmo potuto farci giocare i bambini.

La mia esperienza si è conclusa non qui, come dicevo, ma dopo un altro, assurdamente ottimistico e altrettanto fallimentare tentativo. Non ci ho più riprovato, e alla fine l’ho data via (a una persona a cui vanno tutte le mie scuse più sincere).

Ogni tanto però ci ripenso, come forse Caspar Wistar ha ripensato all'”ossone” che, in un momento di superficialità, aveva gettato via (gesto che gli valse, per il resto della sua vita, l’attributo di “vuoto di senno” da parte dei suoi colleghi di tutto il mondo. Quindi sì, immagino ci abbia ripensato piuttosto spesso).
Ripenso a un oggetto che necessitava di cure infinite per restituire, in cambio, un quantitativo di energie piuttosto risibile. Uno sforzo estenuante per avere che cosa? Una piccolezza che, con tre euro, si può prendere al bar (godendosi così anche lo spettacolo del poveraccio che impallidisce alla vostra richiesta, odiandovi segretamente) ma che, fatta in casa, per quel breve momento (brevissimo, invero) vi rende quasi felici. E mi ritrovo spesso a chiedermi se tutto quello sforzo per avere pochissimo in cambio, ma quel pochissimo davvero bello, ne valeva la pena o no.
Ma non lo sapremo mai, la centrifuga non c’è più, l’ho data via a malincuore, resisto tuttora al perverso desiderio di comprarne un’altra, illudendomi che possa essere “migliore”, e di nuovo ho il frigorifero pieno di frutta che continua a marcire, e che mi guarda rammaricata (e marcita) chiedendomi perché, ogni volta, devo usare lei come metafora di questi momenti invece di darle una dignitosa sepoltura.

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Oltre la sconfitta

“Qui non siamo alla sconfitta. Io sono di sinistra. E tifo Roma. Nun me venite a parla’ de sconfitte, semo cintura nera de pizze.
Questa non è una sconfitta, questa è oltre: è la dimostrazione che qui anche la vittoria è inutile.”

Alla fine ci sono riusciti.
Dopo vent’anni esatti di elettorato attivo, in cui ho *sempre* votato e ho *sempre* biasimato chi non lo faceva, dopo aver fatto discussioni furiose sull’argomento, mettendo in croce chi sosteneva il non-voto (e forse Lorena, una per tutti, se le ricorda), dopo aver messo una croce sui nomi più squallidi e deprimenti solo perché “è il meno peggio”, dopo aver risposto alle domande più stupide, ai ballottaggi più imbarazzanti, ai governi più male accroccati della storia dell’Italia unita, e soprattutto dopo aver votato RUTELLI come sindaco, e poi addirittura come candidato presidente del consiglio, e poi ANCORA come sindaco, che uno poteva giustamente obiettare “eccheccazzo, a tutto c’è un limite”; dopo tutto questo, ci sono riusciti.
C’era solo una cosa da fare per convincermi a cambiare idea, e non era candidare persone sempre peggiori, sempre peggiori, e via, ancora e ancora.
L’ho scoperto ieri. C’era solo una cosa possibile: candidarne uno buono. Farlo vincere. E poi fucilarlo.
Montanelli, sbagliando clamorosamente previsione e sovrastimando la sconfinata capacità degli italiani di ingurgitare merda un giorno dopo l’altro fino a trovarla gradevole, fino a impiattarla e fotografarla su instagram, disse che un governo Berlusconi sarebbe stato terapeutico, ci avrebbe aperto gli occhi, avrebbe fatto capire a tutti qual era il peggiore dei mali, e saremmo rinsaviti.
Ieri Roma ha mostrato alla memoria di Montanelli l’esatto contrario: abbiamo provato la terapia del sindaco onesto, l’abbiamo rigettata, ora siamo immuni e non ci riproveremo più.

Nello stesso momento e nello stesso paese in cui, per motivi che altra spiegazione non hanno se non la dabbenaggine umana mista alla presunzione di sé stessa, la gente smette di vaccinare i figli per qualcosa di falso, sciocco e semplicemente ridicolo letto su facebook, così allo stesso modo Roma decide di rifiutare l’unica terapia che sembrava potesse funzionare, senz’altro anch’essa con i suoi effetti collaterali, ma i cui vantaggi rendevano ampiamente accettabili i rischi.E’ andata così. Come in tutte le infezioni la cui cura viene interrotta troppo presto, abbiamo creato una specie di ceppo mafioso resistente all’antibiotico. E adesso ce lo terremo.
Quindi, da adesso, qualsiasi alternativa non sarà più, di fatto, per me, un’alternativa.

Qui non siamo alla sconfitta. Io sono di sinistra. E tifo Roma. Nun me venite a parla’ de sconfitte, semo cintura nera de pizze.
Questa non è una sconfitta, questa è oltre: è la dimostrazione che qui anche la vittoria è inutile.

Non andrò mai più a votare per il sindaco di Roma.

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Che poi

Che poi bastava venire lì, mentre diventavo ateo, bastava mandare Gesù con un sacchetto di quella roba e dirmi:

“Tiè, assaggia”
“Ma che è?”
“Assaggia, fidate.”
“Ho capito, ma dimme che è!”
“E’ zafferano. Daje, assaggia”
“…”
“…”
“Madonna, ma è tipo la cosa più buona dell’universo”
“Eh, capito? L’ha fatto mi’ padre”
“Ah. Ma va?”
“Eh!”
“Vabbè, allora daje. Sono dei vostri”.

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Scatole

(questo l’ho scritto per romperelescatole.tumblr.com. Ovviamente nessuno me l’aveva chiesto)

Io non ne ho fatti tanti, di traslochi. Ma qualcuno sì.
Che poi, traslochi.
Il primo non l’ho nemmeno fatto, l’ho subito. Sono stato caricato in macchina insieme a un mare di scatole e borse e pacchi, e quattrocento kilometri dopo mi hanno scaricato. Poi il resto è successo senza che me ne accorgessi. Sono rimasto chiuso nel soppalco, con i miei cd, e intanto, tre metri più sotto, quella casa si riempiva.

Poi, il secondo, è avvenuto lentamente, nei mesi. Spostando le cose, una per volta, due al massimo, da una casa all’altra. Finché nella prima non ce n’erano quasi più. Qualcuna c’è ancora, ma credo che rimarrà lì.

Il terzo era facile. Entrare in una casa vuota e doverla arredare non è un trasloco vero e proprio. E’ come un viaggio intorno al mondo, lungo, in cui ti devi portare tutti i vestiti, e i libri, la musica, le tue cose, ma mica ti porti l’armadio, no? Il televisore, la cucina, il letto. Quelli mica te li porti dietro.

E quando quel viaggio intorno al mondo è finito, ne è cominciato un altro. Quello sì, un po’ è stato un vero trasloco, con la panda carica fin sopra il portapacchi. Io odio spostarmi, odio traslocare, odio addirittura dormire in un letto o in una stanza che non siano miei. Ma quella volta avrei caricato la panda fino a farla scoppiare, tanto ero impaziente di ripartire.
Solo che poi, nel disfare le scatole, devo essermi perso qualcosa. Anzi, credo di essermi perso tutto (“I’m so sorry for everything“, dicono i National mentre scrivo. Hanno ragione). Come i bagagli smarriti dalle compagnie aeree, io mi sono perso in tutte quelle scatole, e nonostante abbiamo cercato insieme per anni, non c’è stato verso di ritrovarmi. Che peccato, ci siamo detti. Magari si trova un altro modo.
Ma è ovvio, non c’era alcun altro modo. E infatti non l’abbiamo trovato. E così, l’unica cosa da fare, era rimettere insieme tutte le scatole. Riempirle di nuovo, sperando di trovare quello che si era perso all’inizio.

Allora sì, allora è cominciato il vero trasloco. Quello con le scatole serie, con degli sconosciuti coperti di polvere e macchie di vernice che le riempiono al tuo posto. Che buttano tutto dentro e tu, ogni minuto, vorresti esclamare: “Piano con quello, l’abbiamo comprato insieme quella volta…” ma non puoi. Ti senti già abbastanza stupido a stare lì in piedi a dire “Sì, quello sì. No, quello è suo.”
E poi hanno portato tutto dove prima non c’era niente. Ma io non ci sono riuscito. Non sono riuscito ad aprire le scatole, che per giorni hanno riempito completamente la casa, impedendomi di muovermi, di respirare, di capire cosa stesse succedendo. Così mi sono sdraiato sul divano, che era l’unica cosa che c’era, ho chiuso gli occhi e ho aperto una birra.
Quello che è successo dopo lo ricordo poco, e quello che ricordo non lo racconterò di nuovo. Ma molti giorni – e moltissime, troppe birre dopo ho riaperto gli occhi, mi sono fatto una doccia e ho aperto la prima di tutte quelle enormi scatole. Le ho aperte tutte quante, ho tirato fuori tutto e alla fine, che fortuna!, ero lì.

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E 250

“Mangi un sacco di schifezze industriali”
“Hai ragione. Però ammetterai che dimostro decisamente meno degli anni che ho”
“Sì, anche questo è vero”
“Si chiamano ‘conservanti’ per un motivo”

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Un sacchetto di uva bianca

C’era un sacchetto di uva bianca, in frigorifero.
Era lì da più di un mese, mi piacerebbe poter dire che l’avevo quasi dimenticato, ma la verità è che lo sapevo. Sapevo che era ancora lì. Era arrivato qui all’inizio di settembre, l’aveva portato lei, l’ultimo fine settimana che era stata qui.

Quando ho capito che forse non l’avrei più vista. In quel fine settimana ho sentito che tutto stava precipitando. Ho pianto, ho provato rabbia, ho spaccato di tutto. E poi è andata come doveva andare. Ma quell’uva era ancora lì. Io non riuscivo a buttarla, e mi dicevo: “va bene. Marcirà. Quando sarà marcita, saprò che è ora”.
E quella cazzo di maledettissima uva sembrava di plastica. Non marciva mai. Mai.
È rimasta lì dentro per un mese, e poi oltre. E ogni volta aprivo, e lei era lì. Non marciva mai.
Cristo, mai!

Stasera, mentre cucinavo, ho aperto il sacchetto. Era ancora lì. Ancora. Quella maledettissima uva bianca, che era così buona il giorno che lei l’aveva portata, era ancora lì.
L’ho presa, ho stritolato il sacchetto, l’ho buttato nell’immondizia e sono uscito a gettare via tutto nel cassonetto. Poi mi sono piegato in due dal dolore. Per tutto, come se – buttata via l’uva – fosse arrivato tutto insieme, e credo che non mangerò più, per stasera, e forse domani, e forse qualche altro giorno. Pochi. Piangerò un po’, tirerò un pugno al muro, mi farò del male pensando alla bicicletta sotto casa sua, alle cose che sicuramente saranno ancora in quel frigorifero, alle scemenze sui maialini scritte nella sua cucina con le parole magnetiche.

E poi, passato tutto questo, per riderci sopra, cercherò di capire cosa stracazzo ci mettono, nell’uva, questi bastardi, per farla durare un mese, che una volta se ne compravo più di mezz’etto me la dovevo dare in faccia prima del tramonto, per dio!
Perché poi, l’unico pensiero che mi è rimasto in testa è: ma perché quell’uva era ancora lì?
Come fa l’uva, e solo quella, a durare così tanto?

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L’ipotetica storia di Shizo Kanakuri, ovvero: Come ho deciso di fare il pane e mi sono ritrovato con un pianoforte in mezzo alla stanza

“Se la nostra consapevolezza non riesce a tenere il passo con queste proliferazioni mentali man mano che nascono, la mente si metterà a inseguirle e ne sarà condizionata” (Ajahn Chah)
“Non sai quanto hai ragione, zio” (io)

Mi piace pensare, a volte, che Shizo Kanakuri fosse nevrotico come me. Che non fosse pronto a tagliare il traguardo perché prima c’erano delle cose più importanti da sistemare. E solo dopo averle sistemate tutte, solo allora si è detto dai, ora è tutto a posto, finiamo questa gara.
La verità è che, durante la maratona delle olimpiadi di Stoccolma del 1912, Shizo Kanakuri – che, va detto, era in testa. O secondo. Una cosa del genere – si è fermato per bere, accettando l’invito di uno spettatore che viveva lungo il tracciato della maratona, poi si è addormentato di brutto e, al suo risveglio, non solo la maratona era finita, ma lui era stato dato per disperso e la polizia, insieme agli organizzatori, lo stava cercando. Da buon giapponese, per evitare una figura meschina, se l’è filata dalla Svezia ed è tornato in Giappone senza dire una parola. E fin qui oh, succede. Era luglio, faceva caldo anche in Svezia, una maratona mica so’ i cento metri (Per la cronaca: durante la stessa maratona, il corridore portoghese ci ha effettivamente lasciato le penne. Shizo Kanakuri sarà stato strano quanto vi pare, ma si è dimostrato senz’altro più furbo). Ma poi, esattamente cinquant’anni dopo, un giornalista svedese si è messo in testa di andarlo a cercare per capire che cazzo di fine avesse fatto quello spostato di un giapponese, e l’ha trovato – si dice – che insegnava geografia nella sua natìa Tamana, un piccolo centro della prefettuta di Kumamoto, sull’isola di Kyūshū.
Cinque anni dopo, in occasione del 55° anniversario dei Giochi Olimpici di Stoccolma, Shizo Kanakuri viene quindi invitato in Svezia per completare la sua maratona e, alla veneranda età di settantasei anni, conclude – finalmente!, avranno gridato quelli ancora vivi e abbastanza non-rimbambiti da ricordarsi dov’eravamo rimasti – la sua gara, stabilendo il record negativo (che difficilmente verrà mai eguagliato)  per una maratona: 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.
Ma forse Shizo Kanakuri era solo un ossessivo-compulsivo del cazzo.
Era giapponese, ci può stare. Io me li immagino sempre tutti un po’ nevrotici. Magari avrà pensato che prima di finire la gare era meglio… anzi, era più corretto fare altre cose. Magari un pensiero gli si è insinuato in testa, l’ha distratto, lui non ha potuto fare a meno di dargli corda, ma a quel pensiero ne è seguito un altro, e poi un terzo, e via così. E alla fine Shizo Kanakuri sarà arrivato a pensare che prima di completare la maratona, era meglio insegnare geografia per… diciamo… un mezzo secolo, ecco, mezzo secolo dovrebbe bastare, e poi, finalmente, sistemate tutte le cose, si poteva finire la gara. Metti che finisci la gara lasciando delle cose in sospeso e poi, che ne so, muori? MEtti che fai la fine dell’atleta portoghese? Visto cosa succede a correre le maratone prima di aver sistemato le cose?
Ecco, io spero che sia andata così. Sarebbe una bella storia, una storia ordinata, precisa, geometrica. Non una storia di dabbenaggine, di un atleta olimpico che si addormenta come un deficiente mentre sta correndo con buona probabilità verso un oro olimpico. Non una storia di giapponesi matti che piuttosto di dover affrontare un po’ di imbarazzo preferiscono fuggire di nascosto da un paese, un continente, un emisfero e scomparire per cinquant’anni in una piccola scuola di provincia nella cittadina di Tamana, della prefettura di Kumamoto, sull’isola di Kyūshū. No, io voglio che sia una storia diversa. Una storia di nevrosi, ma diversa.

Volevo solo fare il pane.
Ho comprato un libro, qualche settimana fa, sulla pasta madre. C’erano delle belle foto, mi ispirava. E poi il pane, diciamolo, è sempre invitante. In un attimo mi sono visto dall’esterno, a casa, di spalle, con la musica, i gatti che mi osservavano e io lì, sul tavolo, che impastavo, ripiegavo, formavo i pani, l’odore riempiva la stanza. Da lì a spendere venticinque euro è stato un attimo.
L’ho sfogliato, ho imparato le cose più rilevanti (prima fra tutte: che non avrei mai fatto la pasta madre. Se pensate che io possa passare le due settimane successive ad accudire una palletta di pasta come se fosse un figlio appena nato, facendole il bagnetto una volta al giorno, controllandone la crescita, pesandola, controllando che abbia abbastanza aria ma non troppa… insomma, ci siamo capiti: no. Del lievito in bustine andrà benissimo, mi sono detto), ho letto qualche ricetta e, dopo due mesi di promesse (a chi? Ai gatti?), mi sono deciso. Oggi ho sgomberato il tavolo, ho tirato fuori la spianatoia (perché ho una spianatoia?) e ho deciso di fare il pane.
Ho scelto un pane di Altamura, per cominciare. Mi sembrava una cosa semplice, con ingredienti essenziali e poco sbattimento. In quest’epoca in cui se ti attirano le suore ok, può capitare, ma guai a te se sbagli gli strati di una lasagna perché poi quella finisce su instagram e allora sono cazzi, ho pensato che le donne avrebbero apprezzato.Però avevo dimenticato un particolare: soffro di una forma (lieve, giuro) di OCD.

La mia ex era fissata con una strana teoria psicologica, secondo la quale i tipi umani sono fondamentalmente nove, ognuno dei quali con tutta una serie di caratteristiche e di comportamenti ben precisi e… vabbè, ve la risparmio. Era una cosa un po’ new age (sì, scusami, pensavo sinceramente che fosse una cosa un po’ new age. Lo penso ancora, a ben vedere), però era talmente generalista che, tutto sommato, filava abbastanza (un po’ come quelli che si identificano nei personaggi dei film di Muccino e dicono cose come “ehi, pensa!, anche io ho fatto le superiori e mi piaceva una ragazza! Che bravo questo regista, nonostante la paresi”).
Il punto è che, secondo questo libro, una delle caratteristiche del mio tipo era questa fissazione di dover sistemare tutta una serie di cose prima di poter portare a termine un compito. Una frase che mi aveva colpito molto era che i tipi come me sentivano il bisogno di riordinare tutta la scrivania prima di poter anche solo pagare una bolletta.
Che vi devo dire? E’ la verità.

Insomma, tornando al pane: vi ricordate quando ho detto di aver sgomberato il tavolo e… ecco. E’ lì che mi sono arenato. Eppure ero partito bene. Voglio dire, era almeno un mese, un mese e mezzo che, nella mia testa, impastavo tutti i santi giorni.
Ho sgomberato il tavolo, ho tolto un paio di bicchieri sporchi, li ho messi nel lavandino e mi sono accorto che c’erano altre cose da lavare. Ho pensato beh, prima di cominciare, sarà bene avere il lavandino sgombro. Come il tavolo, esatto. Quindi ho lavato i bicchieri. Siccome il piano della cucina era sporco, e io dovevo metterci i bicchieri a scolare, gli ho dato una pulita prima di lavare i bicchieri, ma nel farlo mi sono accorto che pezze e stracci erano sporchi, così li ho presi su e li ho buttati tutti in lavatrice. L’ho fatta partire e sono tornato in cucina. Ho preso uno straccio pulito da un cassetto, ma nel farlo ho pensato che in quel cassetto c’era già troppa roba, quindi ho tolto tutti gli stracci da quel cassetto e ho cercato un posto in cui metterli. Ovviamente c’era un unico posto in cui metterli: quel cazzo di cassetto. Perché se erano lì, forse c’era un motivo. Ma ormai avevo deciso che non ci dovevano stare, quindi sono uscito per andare a comprare una scatola di plastica da mettere sotto i mobili della cucina, e ficcarci dentro gli stracci puliti.

Sono andato dai cinesi qui a fianco. Ho comprato i tovaglioli, che erano finiti, la carta igienica (non è che posso restare senza, lo capite), un porta-penne (c’erano delle penne, sul tavolo, e non sapevo dove metterle. Cioè, ho sei portapenne sulla scrivania, ma quelle sono le penne della scrivania. Me ne serviva uno da tenere in soggiorno, in modo da non avere tutte quelle penne in giro), una piccola lampada (quella sopra al pianoforte si è rotta, o fulminata, non ho indagato, ma nel caso si fosse rotta, una luce in quel punto mi serve), due barattoli di vetro (beh, quando avrò fatto il pane, la farina, una volta aperta, devo pur tenerla da qualche parte. Non amo questi sacchetti semi-aperti che… che sono semi-aperti. Non è bello da vedere), un cestino per svuotarmi le tasche quando rientro a casa (odio avere cose nelle tasche, ma odio di più vedere gli oggetti sparsi in giro), e sono uscito.
Sono tornato a casa, ho sistemato queste cose, ho messo finalmente a posto tutte quelle penne che erano in giro, ho messo il cestino sul mobile dell’ingresso, mi sono svuotato le tasche, poi sono uscito di nuovo perché ricordate? Dovevo comprare una scatola per gli stracci puliti. Ecco. Sono tornato con la scatola, ci ho messo gli stracci e l’ho infilata sotto il mobile della cucina. Ho lavato i barattoli perché dopo avrei dovuto metterci la farina, ma non c’era posto per due barattoli nuovi, quindi ho dovuto liberare tre ripiani della cucina, smistare alcune cose, ridisporne altre, farne sparire altre ancora, così da avere un ripiano per i barattoli, con l’occasione ho spostato le spezie (non tocchiamo questo tasto, però, per favore), ho liberato altri pensili, ho buttato delle cose che erano scadute e mi è venuto in mente che ce n’erano altre nel frigorifero. Così ho svuotato anche quello, ho fatto una cernita e ho rimesso a posto il cibo che era ancora buono. Prima l’ho lavato, chiaro. Tra le cose che sono venute fuori mentre facevo ordine nei pensili c’erano anche un paio di medicinali, di cui uno scaduto. Ho portato l’altro nella scatola dei medicinali, ma mi sono accorto che anche lì ce n’erano molti scaduti, quindi l’ho svuotata, ho fatto la selezione, ho buttato quelli scaduti e ho rimesso tutto a posto. Poi ho spostato leggermente il pianoforte per togliere la lampada vecchia (rotta? Fulminata?) e mettere quella nuova. Bastava poco, in realtà, bastava allungare una mano fino alla presa ed era fatta. Ma no. Ovviamente no.
Ho spostato il piano ancora un po’, abbastanza da vedere la polvere e tutte quelle cose che i gatti hanno spedito lì dietro, giocandoci: tappi, sassi, monete, noci, accendini. Allora ho spostato meglio il piano per poter pulire, ma per pulire ho dovuto staccare tutti i fili (giradischi, amplificatore, radio, la stracazzo di lampada), e a quel punto ho deciso che era una buona occasione per sistemarli meglio. In maniere più ordinata (capite da soli quanto ordine sia necessario dietro un pianoforte, no? Cioè, non sia mai viene qualcuno e mi chiede “posso spostare il pianoforte, per favore?”, ecco, non è che gli puoi dire “ma cosa cazzo te ne frega di spostare il pianoforte, sei matto?”). Per fare questa operazione, ho dovuto spostare completamente il pianoforte, che a quel punto è finito in mezzo alla stanza. Ho staccato un po’ di cose e ho ridisegnato mentalmente tutto lo schema di prese, prolunghe, ciabatte; solo che non potevo farlo subito perché prima dovevo aspettare che la lavatrice finisse il programma (vi ricordate, la lavatrice? L’avevo fatta partire qualche riga più su). Quindi mi sono seduto, ho aspettato immobile (giuro. Seduto, così) che la lavatrice finisse il suo lavoro, e mi sono ritrovato a fissare il pianforte in mezzo alla stanza, piantato lì come un rinoceronte, un grosso cavallo nero, un bestione completamente fuori luogo. Ho immaginato che si guardasse intorno con la stessa espressione che deve avere un ippopotamo che, addormentatosi la sera prima in una mezzo metro d’acqua in piena savana, si ritrovi, al risveglio, dentro a un casino di Las Vegas. C’erano le chitarre sul divano, le prolunghe appese sugli schienali delle sedie, c’erano sacchetti vuoti, un bicchiere rotto, i barattoli ad asciugare sul tavolo, lattine di pelati, pacchi di pasta, libri di cucina, lampadine, cacciaviti, spine triple, monete, dvd, una scopa, una scatola di swiffer, un hard-disk,
Scommetto che anche voi, a questo punto, non state più pensando al pane. Vero?

Insomma, quando la lavatrice ha finito ho staccato tutto, ho riavvolto i cavi, ho passato la scopa, ho rimesso i cavi (c’è voluto un po’ per decidere, in maniera assolutamente arbitraria, quale prolunga/ciabatta/tripla andasse dove), e ho – finalmente! – rimesso a posto il pianoforte, le sedie, il tavolo, la scopa, i bicchieri, la lampada vecchia, le borse che avevo lasciato in giro, la scatola col materiale elettrico, i barattoli che nel frattempo si erano asciugati (perché prima li avevo lavati), e tutto quel mare di cose che avevo messo sul campo di battaglia per trovargli una nuova collocazione, in modo da fare ordine, così da avere un po’ più di spazio, allo scopo di potermi muovere più liberamente caso mai nei prossimi giorni mi venisse voglia di fare il pane. Poi sono andato a farmi una doccia, mi sono acceso una sigaretta, ho finalmente messo via la spianatoia e ho buttato un etto e mezzo di spaghetti.
Perché diciamolo, anche una spaghettata è sempre invitante.

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