Oltre la sconfitta

“Qui non siamo alla sconfitta. Io sono di sinistra. E tifo Roma. Nun me venite a parla’ de sconfitte, semo cintura nera de pizze.
Questa non è una sconfitta, questa è oltre: è la dimostrazione che qui anche la vittoria è inutile.”

Alla fine ci sono riusciti.
Dopo vent’anni esatti di elettorato attivo, in cui ho *sempre* votato e ho *sempre* biasimato chi non lo faceva, dopo aver fatto discussioni furiose sull’argomento, mettendo in croce chi sosteneva il non-voto (e forse Lorena, una per tutti, se le ricorda), dopo aver messo una croce sui nomi più squallidi e deprimenti solo perché “è il meno peggio”, dopo aver risposto alle domande più stupide, ai ballottaggi più imbarazzanti, ai governi più male accroccati della storia dell’Italia unita, e soprattutto dopo aver votato RUTELLI come sindaco, e poi addirittura come candidato presidente del consiglio, e poi ANCORA come sindaco, che uno poteva giustamente obiettare “eccheccazzo, a tutto c’è un limite”; dopo tutto questo, ci sono riusciti.
C’era solo una cosa da fare per convincermi a cambiare idea, e non era candidare persone sempre peggiori, sempre peggiori, e via, ancora e ancora.
L’ho scoperto ieri. C’era solo una cosa possibile: candidarne uno buono. Farlo vincere. E poi fucilarlo.
Montanelli, sbagliando clamorosamente previsione e sovrastimando la sconfinata capacità degli italiani di ingurgitare merda un giorno dopo l’altro fino a trovarla gradevole, fino a impiattarla e fotografarla su instagram, disse che un governo Berlusconi sarebbe stato terapeutico, ci avrebbe aperto gli occhi, avrebbe fatto capire a tutti qual era il peggiore dei mali, e saremmo rinsaviti.
Ieri Roma ha mostrato alla memoria di Montanelli l’esatto contrario: abbiamo provato la terapia del sindaco onesto, l’abbiamo rigettata, ora siamo immuni e non ci riproveremo più.

Nello stesso momento e nello stesso paese in cui, per motivi che altra spiegazione non hanno se non la dabbenaggine umana mista alla presunzione di sé stessa, la gente smette di vaccinare i figli per qualcosa di falso, sciocco e semplicemente ridicolo letto su facebook, così allo stesso modo Roma decide di rifiutare l’unica terapia che sembrava potesse funzionare, senz’altro anch’essa con i suoi effetti collaterali, ma i cui vantaggi rendevano ampiamente accettabili i rischi.E’ andata così. Come in tutte le infezioni la cui cura viene interrotta troppo presto, abbiamo creato una specie di ceppo mafioso resistente all’antibiotico. E adesso ce lo terremo.
Quindi, da adesso, qualsiasi alternativa non sarà più, di fatto, per me, un’alternativa.

Qui non siamo alla sconfitta. Io sono di sinistra. E tifo Roma. Nun me venite a parla’ de sconfitte, semo cintura nera de pizze.
Questa non è una sconfitta, questa è oltre: è la dimostrazione che qui anche la vittoria è inutile.

Non andrò mai più a votare per il sindaco di Roma.

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Che poi

Che poi bastava venire lì, mentre diventavo ateo, bastava mandare Gesù con un sacchetto di quella roba e dirmi:

“Tiè, assaggia”
“Ma che è?”
“Assaggia, fidate.”
“Ho capito, ma dimme che è!”
“E’ zafferano. Daje, assaggia”
“…”
“…”
“Madonna, ma è tipo la cosa più buona dell’universo”
“Eh, capito? L’ha fatto mi’ padre”
“Ah. Ma va?”
“Eh!”
“Vabbè, allora daje. Sono dei vostri”.

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Scatole

(questo l’ho scritto per romperelescatole.tumblr.com. Ovviamente nessuno me l’aveva chiesto)

Io non ne ho fatti tanti, di traslochi. Ma qualcuno sì.
Che poi, traslochi.
Il primo non l’ho nemmeno fatto, l’ho subito. Sono stato caricato in macchina insieme a un mare di scatole e borse e pacchi, e quattrocento kilometri dopo mi hanno scaricato. Poi il resto è successo senza che me ne accorgessi. Sono rimasto chiuso nel soppalco, con i miei cd, e intanto, tre metri più sotto, quella casa si riempiva.

Poi, il secondo, è avvenuto lentamente, nei mesi. Spostando le cose, una per volta, due al massimo, da una casa all’altra. Finché nella prima non ce n’erano quasi più. Qualcuna c’è ancora, ma credo che rimarrà lì.

Il terzo era facile. Entrare in una casa vuota e doverla arredare non è un trasloco vero e proprio. E’ come un viaggio intorno al mondo, lungo, in cui ti devi portare tutti i vestiti, e i libri, la musica, le tue cose, ma mica ti porti l’armadio, no? Il televisore, la cucina, il letto. Quelli mica te li porti dietro.

E quando quel viaggio intorno al mondo è finito, ne è cominciato un altro. Quello sì, un po’ è stato un vero trasloco, con la panda carica fin sopra il portapacchi. Io odio spostarmi, odio traslocare, odio addirittura dormire in un letto o in una stanza che non siano miei. Ma quella volta avrei caricato la panda fino a farla scoppiare, tanto ero impaziente di ripartire.
Solo che poi, nel disfare le scatole, devo essermi perso qualcosa. Anzi, credo di essermi perso tutto (“I’m so sorry for everything“, dicono i National mentre scrivo. Hanno ragione). Come i bagagli smarriti dalle compagnie aeree, io mi sono perso in tutte quelle scatole, e nonostante abbiamo cercato insieme per anni, non c’è stato verso di ritrovarmi. Che peccato, ci siamo detti. Magari si trova un altro modo.
Ma è ovvio, non c’era alcun altro modo. E infatti non l’abbiamo trovato. E così, l’unica cosa da fare, era rimettere insieme tutte le scatole. Riempirle di nuovo, sperando di trovare quello che si era perso all’inizio.

Allora sì, allora è cominciato il vero trasloco. Quello con le scatole serie, con degli sconosciuti coperti di polvere e macchie di vernice che le riempiono al tuo posto. Che buttano tutto dentro e tu, ogni minuto, vorresti esclamare: “Piano con quello, l’abbiamo comprato insieme quella volta…” ma non puoi. Ti senti già abbastanza stupido a stare lì in piedi a dire “Sì, quello sì. No, quello è suo.”
E poi hanno portato tutto dove prima non c’era niente. Ma io non ci sono riuscito. Non sono riuscito ad aprire le scatole, che per giorni hanno riempito completamente la casa, impedendomi di muovermi, di respirare, di capire cosa stesse succedendo. Così mi sono sdraiato sul divano, che era l’unica cosa che c’era, ho chiuso gli occhi e ho aperto una birra.
Quello che è successo dopo lo ricordo poco, e quello che ricordo non lo racconterò di nuovo. Ma molti giorni – e moltissime, troppe birre dopo ho riaperto gli occhi, mi sono fatto una doccia e ho aperto la prima di tutte quelle enormi scatole. Le ho aperte tutte quante, ho tirato fuori tutto e alla fine, che fortuna!, ero lì.

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E 250

“Mangi un sacco di schifezze industriali”
“Hai ragione. Però ammetterai che dimostro decisamente meno degli anni che ho”
“Sì, anche questo è vero”
“Si chiamano ‘conservanti’ per un motivo”

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Un sacchetto di uva bianca

C’era un sacchetto di uva bianca, in frigorifero.
Era lì da più di un mese, mi piacerebbe poter dire che l’avevo quasi dimenticato, ma la verità è che lo sapevo. Sapevo che era ancora lì. Era arrivato qui all’inizio di settembre, l’aveva portato lei, l’ultimo fine settimana che era stata qui.

Quando ho capito che forse non l’avrei più vista. In quel fine settimana ho sentito che tutto stava precipitando. Ho pianto, ho provato rabbia, ho spaccato di tutto. E poi è andata come doveva andare. Ma quell’uva era ancora lì. Io non riuscivo a buttarla, e mi dicevo: “va bene. Marcirà. Quando sarà marcita, saprò che è ora”.
E quella cazzo di maledettissima uva sembrava di plastica. Non marciva mai. Mai.
È rimasta lì dentro per un mese, e poi oltre. E ogni volta aprivo, e lei era lì. Non marciva mai.
Cristo, mai!

Stasera, mentre cucinavo, ho aperto il sacchetto. Era ancora lì. Ancora. Quella maledettissima uva bianca, che era così buona il giorno che lei l’aveva portata, era ancora lì.
L’ho presa, ho stritolato il sacchetto, l’ho buttato nell’immondizia e sono uscito a gettare via tutto nel cassonetto. Poi mi sono piegato in due dal dolore. Per tutto, come se – buttata via l’uva – fosse arrivato tutto insieme, e credo che non mangerò più, per stasera, e forse domani, e forse qualche altro giorno. Pochi. Piangerò un po’, tirerò un pugno al muro, mi farò del male pensando alla bicicletta sotto casa sua, alle cose che sicuramente saranno ancora in quel frigorifero, alle scemenze sui maialini scritte nella sua cucina con le parole magnetiche.

E poi, passato tutto questo, per riderci sopra, cercherò di capire cosa stracazzo ci mettono, nell’uva, questi bastardi, per farla durare un mese, che una volta se ne compravo più di mezz’etto me la dovevo dare in faccia prima del tramonto, per dio!
Perché poi, l’unico pensiero che mi è rimasto in testa è: ma perché quell’uva era ancora lì?
Come fa l’uva, e solo quella, a durare così tanto?

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L’ipotetica storia di Shizo Kanakuri, ovvero: Come ho deciso di fare il pane e mi sono ritrovato con un pianoforte in mezzo alla stanza

“Se la nostra consapevolezza non riesce a tenere il passo con queste proliferazioni mentali man mano che nascono, la mente si metterà a inseguirle e ne sarà condizionata” (Ajahn Chah)
“Non sai quanto hai ragione, zio” (io)

Mi piace pensare, a volte, che Shizo Kanakuri fosse nevrotico come me. Che non fosse pronto a tagliare il traguardo perché prima c’erano delle cose più importanti da sistemare. E solo dopo averle sistemate tutte, solo allora si è detto dai, ora è tutto a posto, finiamo questa gara.
La verità è che, durante la maratona delle olimpiadi di Stoccolma del 1912, Shizo Kanakuri – che, va detto, era in testa. O secondo. Una cosa del genere – si è fermato per bere, accettando l’invito di uno spettatore che viveva lungo il tracciato della maratona, poi si è addormentato di brutto e, al suo risveglio, non solo la maratona era finita, ma lui era stato dato per disperso e la polizia, insieme agli organizzatori, lo stava cercando. Da buon giapponese, per evitare una figura meschina, se l’è filata dalla Svezia ed è tornato in Giappone senza dire una parola. E fin qui oh, succede. Era luglio, faceva caldo anche in Svezia, una maratona mica so’ i cento metri (Per la cronaca: durante la stessa maratona, il corridore portoghese ci ha effettivamente lasciato le penne. Shizo Kanakuri sarà stato strano quanto vi pare, ma si è dimostrato senz’altro più furbo). Ma poi, esattamente cinquant’anni dopo, un giornalista svedese si è messo in testa di andarlo a cercare per capire che cazzo di fine avesse fatto quello spostato di un giapponese, e l’ha trovato – si dice – che insegnava geografia nella sua natìa Tamana, un piccolo centro della prefettuta di Kumamoto, sull’isola di Kyūshū.
Cinque anni dopo, in occasione del 55° anniversario dei Giochi Olimpici di Stoccolma, Shizo Kanakuri viene quindi invitato in Svezia per completare la sua maratona e, alla veneranda età di settantasei anni, conclude – finalmente!, avranno gridato quelli ancora vivi e abbastanza non-rimbambiti da ricordarsi dov’eravamo rimasti – la sua gara, stabilendo il record negativo (che difficilmente verrà mai eguagliato)  per una maratona: 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.
Ma forse Shizo Kanakuri era solo un ossessivo-compulsivo del cazzo.
Era giapponese, ci può stare. Io me li immagino sempre tutti un po’ nevrotici. Magari avrà pensato che prima di finire la gare era meglio… anzi, era più corretto fare altre cose. Magari un pensiero gli si è insinuato in testa, l’ha distratto, lui non ha potuto fare a meno di dargli corda, ma a quel pensiero ne è seguito un altro, e poi un terzo, e via così. E alla fine Shizo Kanakuri sarà arrivato a pensare che prima di completare la maratona, era meglio insegnare geografia per… diciamo… un mezzo secolo, ecco, mezzo secolo dovrebbe bastare, e poi, finalmente, sistemate tutte le cose, si poteva finire la gara. Metti che finisci la gara lasciando delle cose in sospeso e poi, che ne so, muori? MEtti che fai la fine dell’atleta portoghese? Visto cosa succede a correre le maratone prima di aver sistemato le cose?
Ecco, io spero che sia andata così. Sarebbe una bella storia, una storia ordinata, precisa, geometrica. Non una storia di dabbenaggine, di un atleta olimpico che si addormenta come un deficiente mentre sta correndo con buona probabilità verso un oro olimpico. Non una storia di giapponesi matti che piuttosto di dover affrontare un po’ di imbarazzo preferiscono fuggire di nascosto da un paese, un continente, un emisfero e scomparire per cinquant’anni in una piccola scuola di provincia nella cittadina di Tamana, della prefettura di Kumamoto, sull’isola di Kyūshū. No, io voglio che sia una storia diversa. Una storia di nevrosi, ma diversa.

Volevo solo fare il pane.
Ho comprato un libro, qualche settimana fa, sulla pasta madre. C’erano delle belle foto, mi ispirava. E poi il pane, diciamolo, è sempre invitante. In un attimo mi sono visto dall’esterno, a casa, di spalle, con la musica, i gatti che mi osservavano e io lì, sul tavolo, che impastavo, ripiegavo, formavo i pani, l’odore riempiva la stanza. Da lì a spendere venticinque euro è stato un attimo.
L’ho sfogliato, ho imparato le cose più rilevanti (prima fra tutte: che non avrei mai fatto la pasta madre. Se pensate che io possa passare le due settimane successive ad accudire una palletta di pasta come se fosse un figlio appena nato, facendole il bagnetto una volta al giorno, controllandone la crescita, pesandola, controllando che abbia abbastanza aria ma non troppa… insomma, ci siamo capiti: no. Del lievito in bustine andrà benissimo, mi sono detto), ho letto qualche ricetta e, dopo due mesi di promesse (a chi? Ai gatti?), mi sono deciso. Oggi ho sgomberato il tavolo, ho tirato fuori la spianatoia (perché ho una spianatoia?) e ho deciso di fare il pane.
Ho scelto un pane di Altamura, per cominciare. Mi sembrava una cosa semplice, con ingredienti essenziali e poco sbattimento. In quest’epoca in cui se ti attirano le suore ok, può capitare, ma guai a te se sbagli gli strati di una lasagna perché poi quella finisce su instagram e allora sono cazzi, ho pensato che le donne avrebbero apprezzato.Però avevo dimenticato un particolare: soffro di una forma (lieve, giuro) di OCD.

La mia ex era fissata con una strana teoria psicologica, secondo la quale i tipi umani sono fondamentalmente nove, ognuno dei quali con tutta una serie di caratteristiche e di comportamenti ben precisi e… vabbè, ve la risparmio. Era una cosa un po’ new age (sì, scusami, pensavo sinceramente che fosse una cosa un po’ new age. Lo penso ancora, a ben vedere), però era talmente generalista che, tutto sommato, filava abbastanza (un po’ come quelli che si identificano nei personaggi dei film di Muccino e dicono cose come “ehi, pensa!, anche io ho fatto le superiori e mi piaceva una ragazza! Che bravo questo regista, nonostante la paresi”).
Il punto è che, secondo questo libro, una delle caratteristiche del mio tipo era questa fissazione di dover sistemare tutta una serie di cose prima di poter portare a termine un compito. Una frase che mi aveva colpito molto era che i tipi come me sentivano il bisogno di riordinare tutta la scrivania prima di poter anche solo pagare una bolletta.
Che vi devo dire? E’ la verità.

Insomma, tornando al pane: vi ricordate quando ho detto di aver sgomberato il tavolo e… ecco. E’ lì che mi sono arenato. Eppure ero partito bene. Voglio dire, era almeno un mese, un mese e mezzo che, nella mia testa, impastavo tutti i santi giorni.
Ho sgomberato il tavolo, ho tolto un paio di bicchieri sporchi, li ho messi nel lavandino e mi sono accorto che c’erano altre cose da lavare. Ho pensato beh, prima di cominciare, sarà bene avere il lavandino sgombro. Come il tavolo, esatto. Quindi ho lavato i bicchieri. Siccome il piano della cucina era sporco, e io dovevo metterci i bicchieri a scolare, gli ho dato una pulita prima di lavare i bicchieri, ma nel farlo mi sono accorto che pezze e stracci erano sporchi, così li ho presi su e li ho buttati tutti in lavatrice. L’ho fatta partire e sono tornato in cucina. Ho preso uno straccio pulito da un cassetto, ma nel farlo ho pensato che in quel cassetto c’era già troppa roba, quindi ho tolto tutti gli stracci da quel cassetto e ho cercato un posto in cui metterli. Ovviamente c’era un unico posto in cui metterli: quel cazzo di cassetto. Perché se erano lì, forse c’era un motivo. Ma ormai avevo deciso che non ci dovevano stare, quindi sono uscito per andare a comprare una scatola di plastica da mettere sotto i mobili della cucina, e ficcarci dentro gli stracci puliti.

Sono andato dai cinesi qui a fianco. Ho comprato i tovaglioli, che erano finiti, la carta igienica (non è che posso restare senza, lo capite), un porta-penne (c’erano delle penne, sul tavolo, e non sapevo dove metterle. Cioè, ho sei portapenne sulla scrivania, ma quelle sono le penne della scrivania. Me ne serviva uno da tenere in soggiorno, in modo da non avere tutte quelle penne in giro), una piccola lampada (quella sopra al pianoforte si è rotta, o fulminata, non ho indagato, ma nel caso si fosse rotta, una luce in quel punto mi serve), due barattoli di vetro (beh, quando avrò fatto il pane, la farina, una volta aperta, devo pur tenerla da qualche parte. Non amo questi sacchetti semi-aperti che… che sono semi-aperti. Non è bello da vedere), un cestino per svuotarmi le tasche quando rientro a casa (odio avere cose nelle tasche, ma odio di più vedere gli oggetti sparsi in giro), e sono uscito.
Sono tornato a casa, ho sistemato queste cose, ho messo finalmente a posto tutte quelle penne che erano in giro, ho messo il cestino sul mobile dell’ingresso, mi sono svuotato le tasche, poi sono uscito di nuovo perché ricordate? Dovevo comprare una scatola per gli stracci puliti. Ecco. Sono tornato con la scatola, ci ho messo gli stracci e l’ho infilata sotto il mobile della cucina. Ho lavato i barattoli perché dopo avrei dovuto metterci la farina, ma non c’era posto per due barattoli nuovi, quindi ho dovuto liberare tre ripiani della cucina, smistare alcune cose, ridisporne altre, farne sparire altre ancora, così da avere un ripiano per i barattoli, con l’occasione ho spostato le spezie (non tocchiamo questo tasto, però, per favore), ho liberato altri pensili, ho buttato delle cose che erano scadute e mi è venuto in mente che ce n’erano altre nel frigorifero. Così ho svuotato anche quello, ho fatto una cernita e ho rimesso a posto il cibo che era ancora buono. Prima l’ho lavato, chiaro. Tra le cose che sono venute fuori mentre facevo ordine nei pensili c’erano anche un paio di medicinali, di cui uno scaduto. Ho portato l’altro nella scatola dei medicinali, ma mi sono accorto che anche lì ce n’erano molti scaduti, quindi l’ho svuotata, ho fatto la selezione, ho buttato quelli scaduti e ho rimesso tutto a posto. Poi ho spostato leggermente il pianoforte per togliere la lampada vecchia (rotta? Fulminata?) e mettere quella nuova. Bastava poco, in realtà, bastava allungare una mano fino alla presa ed era fatta. Ma no. Ovviamente no.
Ho spostato il piano ancora un po’, abbastanza da vedere la polvere e tutte quelle cose che i gatti hanno spedito lì dietro, giocandoci: tappi, sassi, monete, noci, accendini. Allora ho spostato meglio il piano per poter pulire, ma per pulire ho dovuto staccare tutti i fili (giradischi, amplificatore, radio, la stracazzo di lampada), e a quel punto ho deciso che era una buona occasione per sistemarli meglio. In maniere più ordinata (capite da soli quanto ordine sia necessario dietro un pianoforte, no? Cioè, non sia mai viene qualcuno e mi chiede “posso spostare il pianoforte, per favore?”, ecco, non è che gli puoi dire “ma cosa cazzo te ne frega di spostare il pianoforte, sei matto?”). Per fare questa operazione, ho dovuto spostare completamente il pianoforte, che a quel punto è finito in mezzo alla stanza. Ho staccato un po’ di cose e ho ridisegnato mentalmente tutto lo schema di prese, prolunghe, ciabatte; solo che non potevo farlo subito perché prima dovevo aspettare che la lavatrice finisse il programma (vi ricordate, la lavatrice? L’avevo fatta partire qualche riga più su). Quindi mi sono seduto, ho aspettato immobile (giuro. Seduto, così) che la lavatrice finisse il suo lavoro, e mi sono ritrovato a fissare il pianforte in mezzo alla stanza, piantato lì come un rinoceronte, un grosso cavallo nero, un bestione completamente fuori luogo. Ho immaginato che si guardasse intorno con la stessa espressione che deve avere un ippopotamo che, addormentatosi la sera prima in una mezzo metro d’acqua in piena savana, si ritrovi, al risveglio, dentro a un casino di Las Vegas. C’erano le chitarre sul divano, le prolunghe appese sugli schienali delle sedie, c’erano sacchetti vuoti, un bicchiere rotto, i barattoli ad asciugare sul tavolo, lattine di pelati, pacchi di pasta, libri di cucina, lampadine, cacciaviti, spine triple, monete, dvd, una scopa, una scatola di swiffer, un hard-disk,
Scommetto che anche voi, a questo punto, non state più pensando al pane. Vero?

Insomma, quando la lavatrice ha finito ho staccato tutto, ho riavvolto i cavi, ho passato la scopa, ho rimesso i cavi (c’è voluto un po’ per decidere, in maniera assolutamente arbitraria, quale prolunga/ciabatta/tripla andasse dove), e ho – finalmente! – rimesso a posto il pianoforte, le sedie, il tavolo, la scopa, i bicchieri, la lampada vecchia, le borse che avevo lasciato in giro, la scatola col materiale elettrico, i barattoli che nel frattempo si erano asciugati (perché prima li avevo lavati), e tutto quel mare di cose che avevo messo sul campo di battaglia per trovargli una nuova collocazione, in modo da fare ordine, così da avere un po’ più di spazio, allo scopo di potermi muovere più liberamente caso mai nei prossimi giorni mi venisse voglia di fare il pane. Poi sono andato a farmi una doccia, mi sono acceso una sigaretta, ho finalmente messo via la spianatoia e ho buttato un etto e mezzo di spaghetti.
Perché diciamolo, anche una spaghettata è sempre invitante.

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Dal sogno all’incubo, le zone rurali in lutto.

FORMELLO – Così no. Così no. Così è una violenza feroce e crudele che infierisce su un corpo, una squadra, un paesello steso a terra in lacrime, al buio nella pioggia, rannicchiato sotto i colpi. Perché Sabatini non si ferma? chiede un pastore alla sua mucca, il bambino che piange a sua madre, Lotito a Tare. Perché non la smette, come può. Non smette. Sono la squadra che non smette. Non la smettono. Due, tre, quattro acquisti in una settimana, cinque. Legnate su una società inerme, come se non avessero capito che era già tutto finito, di là non c’era più nessuno. Sabatini fa mercato da solo e acquista ancora, come sotto l’effetto di una droga. Non è un calciomercato, è una carneficina. Non è un acquisto, è un’umiliazione senza precedenti nella storia, senza spiegazioni possibili, senza titolo e senza parole. Se n’è andata la Lazio, orfana del suo eroe galeotto, della sua anima di pummarola Cirio. E’ svanita sotto il primo colpo di mercato: via la testa, via le gambe, via i soldi, via tutto. Ha deciso che non spendeva, non ha speso più. Non ha speso mai, è tornata a Formello dopo il primo euro. A letto, sotto le coperte, al buio. Ha lasciato, Lotito, una campagna intera a piangere una vergogna senza nome, una disfatta senza paragoni possibili.

[…]

I bambini della ciociaria piangono a dirotto inquadrati senza pietà dalle telecamere del mondo intero, un dolore che non basterà la vita a dimenticare, ammutoliscono migliaia e migliaia di persone nei campi di Frattocchie, tornano a casa i tifosi con le facce dipinte, sciamano lungo le mulattiere che non è ancora concluso luglio.

[…]

Non può finire così, con una distruzione di massa, non deve. Ed è adesso, alla fine, che la disperazione, la desolazione all’improvviso si trasforma in orgoglio. La tragedia, in uno scatto di reni sorprendente, inatteso. Cominciano tutti a gridare Astori, Astori. Sei la nostra salvezza, sei lo stesso il nostro eroe, Astori. Sabatini lo compra. Si inginocchiano nei campi i pastori, si inginocchiano a formello i dirigenti.

[…]

Spiegare l’inspiegabile è impossibile, dice Julio Cesar uscendo dal campo. L’inspiegabile, l’indicibile. Il buco nero nella storia. Rigore paa riomma, urlano dalle finestre i tifosi. Gombloddo. Nessuno avrebbe meritato questo, neppure la peggiore delle squadre al mondo (e tu sì, eri la peggiore). Semplicemente a giocare questa partita non sei venuta. Il tempo, un giorno, dirà forse perché. Che tipo di punizione sia stata, e per cosa. Perché così inaccettabile, perché tanta violenza chiede Paolo Negro tra i singhiozzi. Una maledizione indecifrabile. Il capitano, in diretta, piange a dirotto. Guarda la telecamera, gli occhi rossi e gonfi, ripete solo questo: perché?

(Grazie a Concita per l’ispirazione – L’articolo originale è http://triskel182.wordpress.com/2014/07/09/dal-sogno-allincubo-il-paese-in-lutto-concita-de-gregorio/)

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